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Storia del trentino
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UDALRICO II


Fine del 900 - 25 febbraio 1055

 

Le origini di Udalrico e le buone relazioni con l´autorità imperiale


Udalrico II, di nobile famiglia, verosimilmente imparentata con i conti di Flavon, venne eletto vescovo di Trento nell´anno 1022 e ricoprì quest´incarico per ben 33 anni.

Intrattenne buoni rapporti con gli imperatori del suo tempo, in particolare con Enrico II, accanto al quale comparve nel 1022 in occasione della stipulazione di un placito nei pressi di Benevento. Ottime furono anche le sue relazioni con Corrado II il Salico, che raggiunse a Verona nel 1027; Corrado proveniva da Roma dove, nonostante le opposizioni delle popolazioni locali lungo la strada che conduceva alla capitale, era sceso per ricevere la suprema incoronazione, inaugurando così una nuova dinastia imperiale: quella di Franconia. Con Corrado lo troviamo anche nella cerimonia di riconferma dei diritti temporali al patriarca Poppo di Aquileia


La costituzione del principato vescovile di Trento e le sue prerogative: lo schiudersi di una nuova era per la Chiesa trentina


Da Corrado II, Udalrico ricevette l´ufficialità di un riconoscimento destinato a rappresentare una tappa di imprescindibile importanza per tutta la storia del nostro territorio. L´imperatore, il 31 maggio del 1027 a Bressanone, formalizzò a favore del nuovo vescovo la donazione del cosiddetto «comitato di Trento». Comitatus era un termine che la dominazione franca aveva assegnato nel IX secolo al Trentino e che ne aveva mutato le precedenti denominazioni: «ducato», in uso sotto Te odorico e quindi sotto i Longobardi, e «marca» di T rento, al termine dell´egemonia longobarda. L´imperatore Ottone I, nel 952, aveva aggregato il comitato di Trento alla marca di Verona, ed entrambe erano state sottoposte all´egida del ducato di Baviera. Ventiquattro anni dopo, il comitato di Trento era passato, assieme alla marca veronese, sotto le insegne del ducato di Carantania: un possedimento alquanto esteso ed ambito dai principi, che includeva i territori di Carinzia, Carniola e Stiria (1).


Questo supremo atto di donazione verrà confermato dall´imperatore Federico Barbarossa nel 1161, il quale, oltre al potere comiziale, concesse al vescovo anche quello di duca e marchese. La natura tutta particolare della nuova autorità riconosciuta al presule ha fatto dire a uno storico come il Ficker-Puntschart che «quasi per nessun ves covo si può constatare un potere secolare con maggior certezza, che non per il vescovo di Trento».


Del «comitato» di Trento facevano parte i territori oggi compresi nella provincia di Trento, salvo le zone della bassa Valsugana, delle Valli di Primiero e di Fassa. In più, esso poteva annoverare anche le zone di Venosta e di Bolzano, presenti all´epoca come contee e concessi al vescovo sempre dall´imperatore Corrado II in un documento emesso nello stesso anno 1027; erano inoltre incluse, nella Valle dell´Adige, la riva sinistra fino a Bronzolo e la riva destra fino a Tel di Merano.


I confini del giovane comitato di Trento non coincidevano tuttavia con quelli della diocesi: a quest´ultima erano infatti estranee l´alta Valsugana (che faceva parte della diocesi di Feltre), le pievi di Brentonico e di Avio (incluse nella diocesi di Verona) e la parte di Val Venosta che da Merano si estendeva verso nord (appartenente a quella di Coira).


La consegna effettiva del «comitato» di Trento era in verità già stata realizzata dal precedente imperatore Enrico II, allorché questi aveva investito delle relative prerogative il vescovo Udalrico I, la domenica delle palme di ventitré anni prima (9 aprile 1004) (2). L´autorità secolare del vescovo rappresentava pertanto una realtà di fatto operante già da un paio di decenni, ma con l´investitura di Corrado il Salico nei confronti di Udalrico II vi fu un formale e solenne riconoscimento, in virtù de l quale il vescovo medesimo acquisì la qualifica di principe ecclesiastico dell´Impero, venendo a porsi nella gerarchia del potere immediatamente al di sotto del sovrano. Gli fu concesso il diritto di godere dei feudi già appartenuti a conti, marchesi o duchi del luogo; nonché quello all´interno della propria circoscrizione, di imporre tasse e tributi di qualsiasi genere e di provvedere alla loro riscossione. La massima autorità diocesana fu autorizzata anche a tenere dei placiti e a prescrivere delle oblazioni penali. La vastità dei suoi poteri giungeva quindi anche a consentirgli competenze in campo giudiziario.


Le ragioni delle preferenze degli imperatori per il territorio trentino e la politica filo-imperiale dei vescovi. Udalrico come uomo di fiducia di Enrico III


Tale ampia concessione di poteri autonomi da parte di Corrado II era ben lungi, ovviamente, dal rappresentare un mero atto di gratitudine per i servizi resi dal vescovo all´imperatore. Quest´ultimo, mirava difatti a costituire, all´interno dell´organizzazione feudale del Sacro Romano Impero, un territorio a lui fedele, allo scopo di assicurarsi un canale d´ingresso privilegiato in Italia. Nula di meglio del Trentino, che, per la sua collocazione geografica a ridosso delle Alpi e per la presenza della Valle dell´Adige, rappresentava un corridoio naturale tale da permettere ai sovrani transalpini di poter scendere verso sud senza trovare ostacoli. Va ricordato, del resto, che il Trentino ha continuato a ricoprire attraverso i secoli, seppure in contesti politici, sociali ed economici profondamente differenti, un ruolo analogo. Sulla base di queste premesse, non è difficile intuire perché molti vescovi del periodo medievale avessero parteggiato più per la fazione ghibellina che per quella guelfa, fino a mettersi alcune volte in contrasto con la stessa politica della Sede Apostolica, specialmente nel periodo relativo al conflitto per le investiture.


Il principato di Trento, come poi venne a chiamarsi nella dizione comune, prima della formale concessione di Corrado II, comprendeva un territorio grosso modo assimilabile all´attuale Trentino, se si escludono le anzidette zone della Valle di Fassa (facente parte della diocesi di Bressanone) e la parte della Valsugana che rientrava sotto il vescovado di Feltre. Per effetto della donazione del 1027, il territorio del principato vescovile venne ad arricchirsi di ulteriori possedimenti: la contea di Bolzano e quella della Val Venosta, fino al confine rappresentato dal cosiddetto «ponte alto» dell´Engadina.


Anche con Enrico III, Udalrico cercò quindi di non avere alcun attrito: lo dimostra il fatto che volle essergli al fianco in occasione del sinodo che l´imperatore aveva convocato a Pavia nel 1046. Della fiducia di Enrico III il vescovo doveva godere in special modo, se si considera che il sovrano affidò proprio a lui la funzione di «missus dominicus», che esercitò nel territorio di Lucca durante il 1045. I missi dominici erano infatti dei veri e propri ispettori imperiali, temporaneamente incaricati del controllo sull´amministrazione che il conte esercitava nella contea di competenza, ed avevano il potere eccezionale di destituire lo stesso conte nei casi in cui si fosse reso responsabile di gravi mancanze o comunque avesse oltrepassato le competenze che gli erano state attribuite. Avevano inoltre vasti poteri giudiziari e rappresentavano, in sostanza, l´organo più innovativo dell´amministrazione carolingia, in grado di assicurare all´autorità imperiale una vasta rete informativa e di intervento diretto sul territorio (3).


La crisi del papato in concomitanza con la crescente autonomia conseguita dal vescovado di Trento


Udalrico II resse la diocesi trentina con riconosciuto equilibrio in una fase storica che racchiuse una delle più pesanti crisi nell´istituzione

ecclesiale. A Roma, a partire dagli ultimi decenni del X secolo, erano all´ordine del giorno, tra le famiglie dei Crescenzi e dei Tusculo, aspre lotte senza esclusione di colpi per la conquista dei posti di potere nella curia romana. Molti papi si alternarono in tempi brevissimi alla guida della Chiesa ed alcuni di loro scomparvero in circostanze misteriose, tanto che risultava praticamente impossibile trovare un pontefice che desse continuità all´azione della Chiesa. A questa tragica situazione si affiancavano i negativi effetti di uno spiccatissimo dualismo con l´autorità imperiale. Anche nella nomina dei papi regnava un´autentica confusione, unica nella storia della Chiesa: per un periodo di due anni infatti (dal 1043 al 1045) si è proceduto più volte alla nomina di pontefici in contemporanea che rappresentavano le due diverse fazioni: quella imperiale in Germania e quella della Santa Sede a Roma.


Il vescovo di Trento cercò di risentire il meno possibile di questa tormentata situazione, e riuscì, tenendosi distante dagli intrighi di curia e di palazzo a svolgere il proprio compito con una discreta autosufficienza. Sul piano della stabilità politica, del resto, non aveva molte alternative: i pontefici di quei tempi rappresentavano, come si è detto, delle figure alquanto effimere, ed egli (come fecero poi del resto molti dei suoi successori) non poté fare a meno di tenere un atteggiamento conciliante nei riguardi della politica imperiale, se non altro per le ragioni di cui si è detto.


Il «Dittico Udalriciano» e la sua importanza per la storiografia trentina. Le compilazioni successive al Dittico che analizzano la successione dei vescovi di Trento


La ragione per la quale la Chiesa ricorda Udalrico con particolare considerazione ancora oggi è da cercarsi nel contributo da lui fornito alla ricostruzione cronologica della serie dei vescovi di Trento. Fu proprio lui, infatti, tra gli anni 1039 e 1043, ad aver fatto redigere per la Cattedrale di Trento quello specifico codice liturgico che è stato denominato «Sacramentario Udalriciano». Di esso è parte integrante il celebre «Dittico Udalriciano», ritenuto a distanza di quasi un mille nnio il documento fondamentale per la riproduzione della sequenza dei vescovi succedutisi alla guida della Chiesa tridentina.


Udalrico, che nel manoscritto pergamenaceo fa citare il suo nome per due volte, aveva voluto il Dittico per ovviare a quella che lui stesso riteneva un´esigenza imprescindibile del nuovo ordinamento iturgico:l ricordare ai fedeli nel corso della funzione la lunga milizia della Chiesa di Trento attraverso i secoli. Per far risaltare meglio questo aspetto decise di ricostruire la successione dei suoi pastori, in modo che potessero essere ricordati uno ad uno durante il cosiddetto «Memento etiam» . La cronotassi contenuta all´interno di tale manoscritto testimonia che a quei tempi, presso altre diocesi, vigeva l´usanza, soprattutto in presenza di certe ricorrenze, di leggere pubblicamente i nomi dei vescovi durante la funzione, a suggellare appunto il senso di continuità della Chiesa locale. Abbiamo infatti testimonianza di questa consuetudine presso le Chiese francesi di Metz, Nevers, Parigi, Sens, Senlis, come pure di Cividale del Friuli in relazione ai patriarchi di Aquileia.


Al manoscritto Udalriciano vennero apposte ulteriori aggiunte anche dopo la scomparsa di Udalrico II, in modo da completare la sequela dei vescovi di Trento fino alla conclusione dell´episcopato di Enrico di Metz, ossia sino al 1336. Il documento è divenuto oggetto di lunghi approfondimenti e di ricerche, specie relativamente alla collocazione del più celebre dei vescovi trid entini, San Vigilio. Secondo la versione fornitaci dai compilatori di Udalrico II, il santo figura come il diciottesimo vescovo di Trento, mentre è oggi opinione comunemente seguita che sia stato il terzo della serie (4). E´ stata avanzata l´ipotesi che il Dittico Udalriciano, nella convinzione che la Chiesa di Trento sarebbe stata per le masse popolari tanto più venerabile quanto più anti ca essa fosse risultata, abbia voluto premettere al nome del suo paladino un lungo elenco di nominativi: un´altra congettura si fonda invece sul presupposto che la ricerca commissionata da Udalrico si sia basata su un testo ancor più antico, risalente grosso modo al VI secolo, che aveva esagerato nell´elencazione dei predecessori di San Vigilio per il medesimo motivo.


A parte la posizione controversa di Vigilio, va ricordato che il Dittico Udalriciano rappresenta ancor oggi il documento più attendibile per ricostruire la cronologia dei vescovi di più antica data, e che fu fonte primaria anche per tutti i cataloghi posteriori. Tra questi vengono annoverati il «Sacramentario Adelpretiano», compilato sotto il ve scovo Adelpreto nella seconda metà del XII secolo, un elenco redatto sotto l´episcopato di Giorgio Lichtenstein, un altro attribuito all´iniziativa del più celebre Giovanni Hinderbach e quello compilato sotto Udalrico Frundsberg, questi ultimi nel XV secolo (5).


Gli interventi in Cattedrale e l´episodio del funerale imperiale a Trento. La rilevanza di questo evento ai fini della redazione del Sacramentario Udalriciano


Udalrico II fornì il proprio contributo anche al rinnovamento della Cattedrale, iniziativa della quale troviamo menzione proprio nel Dittico Udalriciano. In essa egli fece scavare una cripta e al fine di abbellirla provvide alla sopraelevazione dell´altare, adornando con accorgimenti di vario genere l´antica basilica paleocristiana. I lavori di restauro che fece svolgere trovarono conferma anche dagli scavi recenti effettuati in Duomo, nel decennio dal 1965 al 1975.


Nel 1038, il vescovo assistette alla pietosa tumulazione della regina Gunhilda e del duca Ermanno IV di Svevia, figlio della moglie dell´imperatore Corrado II il Salico. La salma del duca, colpito dalla peste assieme a molti altri che componevano il seguito di Corrado II nel suo viaggio di ritorno dall´Italia, venne sepolta a Trento nella basilica di San Vigilio, in quanto la delegazione imperiale non riteneva opportuno condurre in patria i corpi delle vittime. Quest´avvenimento rivestì un´importanza del tutto particolare per la Chiesa di Trento, poiché da esso dipese la redazione del Sacramentario Udalriciano, di cui si è detto più sopra. La presenza in basilica della tomba di un membro della famiglia imperiale diede infatti ad Udalrico II l´ispirazione per conservare nella popolazione il sentimento di fedeltà a tale famiglia, invitando la sua gente a pregare per le anime del defunto, non da ultimo col fine di invocare la sua speciale protezione. Fu in questo modo che nacque, per suggellare in modo memorabile questo evento di portata storica, il Sacramentario Udalriciano con il suo Dittico.


Della morte di Udalrico II è rimasta notizia con una certa ufficialità: gli annali di Fulda fanno risalire questo avvenimento esattamente al 25 febbraio del 1055.


Note:


Per ulteriori cenni all´inclusione di Trento nel ducato di Carantania, si può confrontare con quanto compare nella biografia dei vescovi Arnaldo (§ 3), e Rainoardo (§ 1).

Si veda nella biografia dello stesso Udalrico I, al § 2.

Per quanto riguarda un altro importante vescovo di Trento che rivestì la funzione di missus dominicus, si veda nella biografia di Enrico I, al § 1.

V. nella biografia di San Vigilio, al § 2.

Si veda rispettivamente ai § 7, 5 e 4 delle biografie di Giorgio di Lichtenstein, Giovanni Hinderbach e Udalrico Frundsberg.



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