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Indice
Storia del trentino
Aspetti Storici
La serie dei Vescovi
Udalrico II
Adelpreto II
Salomone
Corrado da Beseno
Federico Vanga
Aldrighetto di Campo
Egnone di Appiano
Tutte le pagine


Guerra, fortificazioni e controllo del territorio nel VI secolo:

 

il dato archeologico

 

 

Poche e reticenti sono le fonti scritte relative al territorio di Trento all’epoca della guerra greco-gotica. Sia pure in modo frammentario, esse attestano il ruolo rilevante della «rete viaria» che collegava l’attuale Trentino occidentale a Brescia, alle Prealpi lombarde e alle Alpi retiche. Si tratta di una rete che consentiva il passaggio di eserciti e gruppi di guerrieri durante i conflitti scoppiati nei decenni centrali del VI secolo, quando si contrapposero gli eserciti (che per la loro composizione multietnica sono stati definiti delle «federazioni armate barbariche ») di Goti, Bizantini e Franchi.I pochi dati forniti dalle fonti scritte sono stati ampiamente integrati negli ultimi decenni da quelli archeologici, che hanno posto in risalto, in particolare, da un lato il ruolo svolto dall’isola di Sant’Andrea – a poca distanza dalla sponda meridionale del lago di Loppio, oggi scomparso – come sbarramento sul percorso stradale tra Adige e Garda, dall’altro l’importanza strategicomilitare delle Giudicarie, dove tre grandi ‘fortezze’ presidiavano l’incrocio di un fascio di percorsi che scendevano dalla val di Sole/val Rendena, dalla val di Non e dall’alta valle del Chiese. Si tratta dei cosiddetti loci sancti Martini (i luoghi di san Martino, così chiamati dalla presenza di tre chiese dedicate al santo) che si ergevano sul monte di San Martino di Bleggio, che domina il passo Durone, sul dosso di castel Stenico, attestato dal XII secolo ma di ben più antica frequentazione, e sul monte di San Martino nel Lomaso, dal quale si può raggiungere la regione gardesana attraverso i passi di San Giovanni e di San Pietro (o di Calino). Data la sua particolare importanza, proprio quest’ultimo sito è stato al centro di un recente progetto di ricerca, ancora in atto, coordinato dalla Soprintendenza archeologica della provincia di Trento, che ha permesso di portare alla luce un ampio insediamento fortificato di circa 17.000 m2, edificato con un impegno ingentissimo sulla sommità di uno sperone roccioso, a quasi 1.000 m di quota.Cinto da un muro continuo spesso più di un metro, costruito secondo modalità che rimandano all’arte militare bizantina, il sito di San Martino nel Lomaso comprendeva alcuni edifici destinati a usi diversi, tra cui un ampio magazzino distrutto da un incendio violentissimo – al cui interno sono stati trovati resti di cereali e legumi – e una piccola chiesa quadrangolare con abside, costruita sul punto più elevato. Negli anni della guerra greco-gotica e nei primi decenni del VII secolo essa servì come luogo di sepoltura privilegiato di pochi individui (cinque adulti e due più giovani) dei quali, purtroppo, in mancanza di un corredo funebre, allo stato attuale delle ricerche poco o nulla si può dire, se non che, forse, fra essi vi fosse il promotore stesso dell’edificio.Utilizzato in età gota e in età longobarda, l’insediamento di San Martino nel Lomaso continuò a essere impiegato anche nei secoli successivi, quando la sua funzione militare declinò gradualmente a favore di quella religiosa. Attorno al XII secolo, infatti, la chiesa fu completamente ricostruita e assunse le caratteristiche di un «luogo di strada» dedicato all’assistenza di viandanti e pellegrini. Parallelamente iniziò a essere frequentata anche da abitanti dei villaggi rurali posti a quota più bassa, frequentazione che si protrasse sino a metà del secolo scorso, quando l’edificio della chiesetta crollò e fu definitivamente abbandonato.L’intitolazione della chiesa a san Martino, venerato dai Franchi sin dall’età merovingia, risale probabilmente alla fine del secolo VIII, quando, sotto la nuova dominazione carolingia, i collegamenti tra la pianura lombarda e le Alpi retiche trovarono una nuova stabilità. Significativo, da questo punto di vista, è il fatto che Carlo Magno, appena conclusi vittoriosamente l’assedio di Pavia e la conquista del Regno longobardo, abbia assegnato il distretto fortificato di Sirmione con la val Camonica, prossima alle Giudicarie, proprio all’importante monastero di San Martino di Tours, dove erano sepolte le spoglie del santo


La «memoria» dei Longobardi in val d'Adige e nei territori

limitrofi : Secondo da Non e Paolo Diacono

 

La ricostruzione della storia dell’odierno Trentino in età longobarda non è facile a causa dell’assenza di fonti scritte di provenienza locale. Si tratta di un silenzio che in parte può essere superato integrando i dati archeologici con le fonti storico-narrative di carattere più generale. È questo il caso della Historia Langobardorum di Paolo Diacono, dalla quale possiamo ricavare preziose indicazioni sulla dominazione longobarda e sui contrasti o momenti d’incontro tra i Longobardi e popoli quali i Franchi o i Bavari.

Nato a Cividale e formatosi presso la corte regia longobarda di Pavia, nel 782 Paolo si recò presso Carlo Magno per chiedere la liberazione del fratello che, poco dopo la conquista franca del Regno longobardo, aveva partecipato a un’insurrezione anticarolingia. L’incontro con il re franco fu per Paolo ‘fatale’. Egli rimase conquistato dalla sua personalità e dal suo progetto politico; infatti si fermò alla sua corte per quattro anni, collaborando intensamente con gli altri intellettuali che lo coadiuvavano. Per motivi non chiariti nel 787 si ritirò nell’abbazia di Montecassino, dove assai probabilmente scrisse la sua Historia Langobardorum, un racconto della storia dei Longobardi organizzato in sei libri, che parte dalle loro mitiche origini e giunge all’età di re Liutprando (712-744).

Nel raccontare la storia dei Longobardi Paolo integrò liberamente fonti scritte e testimonianze orali, leggende e racconti eruditi in una narrazione che già in età medievale ha suscitato fascino e diverse interpretazioni. Tra le principali fonti utilizzate da Paolo per ricostruire i primi decenni della dominazione longobarda in Italia vi è la cosiddetta Historiola di Secondo da Trento o da Non († 612), uno storico originario o almeno vissuto a Trento, molto vicino a re Agilulfo e alla regina Teodolinda. Si tratta di un’opera perduta, di cui conosciamo solo ciò che ci dice Paolo. Da Secondo, Paolo trasse soprattutto alcune informazioni riportate nel III libro della sua Historia , in cui descrive due incursioni franche nel territorio di Trento avvenute nel 575 e nel 590, all’epoca del duca Evin.

Oltre a prendere spunto da Secondo da Non, Paolo Diacono richiama direttamente la sua figura in tre passi dell’ Historia Langobardorum. Nel primo di questi gli fa una larvata critica per non aver ricordato una grande vittoria di re Autari sui Franchi. Ecco le sue parole:

«C’è veramente da meravigliarsi che Secondo, il quale scrisse qualche nota sui fatti dei Longobardi, non abbia parlato di questa loro grande vittoria, quando ciò che abbiamo raccontato sulla disfatta dei Franchi si legge quasi con le stesse parole nella loro storia».

La «storia» a cui Paolo faceva riferimento era la Historia Francorum, composta alla fine del VI secolo dal vescovo Gregorio di Tours. Citandola, Paolo dimostra di conoscerla assai bene e ci permette di comprendere il suo metodo di lavoro, basato sulla lettura e integrazione di opere storiografiche precedenti, un metodo forse non seguito da Secondo, che riappare in un altro passo di Paolo, dove si ricorda come avesse battezzato a Monza Adaloaldo, il figlio di re Agilulfo e della regina Teodolinda. Diamo ancora la parola allo storiografo longobardo, il quale rievoca questo battesimo dopo aver ricordato i dissapori, poi ricomposti, sorti tra il duca di Trento Gaidoaldo e il re:

«Allora fu anche battezzato il piccolo Adaloaldo, figlio del re Agilulfo, nella chiesa di San Giovanni di Monza, e fu levato dal fonte dal servo di Cristo Secondo di Trento».

L’ultima menzione di Secondo rievoca la sua morte, avvenuta a Trento, dove assai probabilmente continuò a risiedere, e il suo operato di storiografo:

«Nel successivo mese di marzo morì a Trento Secondo, servo di Cristo, che spesso abbiamo nominato, autore di una concisa storia dei Longobardi condotta fino ai suoi tempi»


 

Una spedizione franca nel territorio di Trento (590)

Tra gli episodi più analizzati dagli storici che hanno studiato il Trentino in età longobarda vi è sicuramente una spedizione franca avvenuta nel 590 e narrata due secoli dopo da Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum. La maggior parte degli studiosi che si sono dedicati a questo episodio ha isolato dal contesto più generale l’incursione nel Trentino e si è concentrata sull’identificazione dei castelli (castra) abbattuti dai Franchi, un’operazione complessa per la difficoltà di rapportare i toponimi del VI secolo a quelli odierni. Concentrati sugli aspetti locali, pochi studiosi hanno posto attenzione sul contesto generale descritto da Paolo Diacono, secondo il quale l’incursione nel Trentino rientrava in una campagna militare franco-bizantina volta all’abbattimento del Regno longobardo.

«Childeperto [re dei Franchi] prontamente inviò di nuovo in Italia un esercito di Franchi con venti duchi per finirla con i Longobardi. Di questi i più importanti furono Audualdo, Olo e Cedino. Ma Olo, fattosi imprudente sotto il castello di Bellinzona, cadde ferito da un giavellotto vicino alla mammella e morì. Gli altri Franchi, usciti a razziare, venivano abbattuti dai Longobardi, che piombavano loro addosso mentre erano dispersi qua e là. Audualdo, però, giunse con sei duchi fino a Milano e pose gli accampamenti nella campagna, a qualche distanza dalla città. Qui li raggiunsero gli ambasciatori dell’imperatore, annunciando che era in arrivo un esercito in loro aiuto … Ma i comandanti franchi aspettarono sei giorni, secondo l’accordo, e non videro venire nessuno di quelli che gli ambasciatori dell’imperatore avevano promesso.

Intanto Cedino, insieme a tredici duchi, si era diretto nella parte sinistra dell’Italia [Italia nordorientale, a sinistra per chi valica da nord le Alpi] e aveva conquistato cinque castelli, esigendo da loro anche il giuramento d’obbedienza. I Franchi arrivarono poi fino a Verona e distrussero moltissime fortezze, dopo che era stata stabilita la pace ed erano stati prestati i giuramenti: gente che si era affidata a loro, non aspettandosi alcun inganno. I nomi dei castelli che demolirono nel territorio di Trento sono questi: Tesana, Maletum, Sermiana, Appianum, Fagitana, Cimbra,

Vitianum, Bremtonicum, Volaenes, Ennemase e altri due in Valsugana e uno nel Veronese. Una volta distrutti i castelli, i Franchi portarono via prigionieri tutti gli abitanti. Per il castello di Ferruge, invece, per l’intercessione dei vescovi Ingenuino di Sabiona e Agnello di Trento, fu concesso il riscatto, da uno a seicento solidi a persona. Ma intanto si era d’estate e l’esercito dei Franchi cominciò ad ammalarsi gravemente di dissenteria per colpa del clima inconsueto, e di questa malattia ne morirono molti. Che più? Dopo che per tre mesi l’esercito dei Franchi ebbe vagato per l’Italia, senza riuscire a ottenere niente, senza potersi vendicare dei nemici, perché si erano chiusi in luoghi munitissimi, senza poter raggiungere il re e vendicarsi su di lui, perché si era fortificato nella città di Ticino, indebolito dalla malattia, come si è detto, per il clima troppo caldo, e angustiato dalla fame, l’esercito decise di tornare a casa propria».

Dal racconto di Paolo Diacono non risulta chi fossero le persone asserragliate nei castra tridentini. Il fatto che si fossero «affidate » ai Franchi spinge a ritenere che fossero romanici, ipotesi avvalorata dalla mediazione per la loro liberazione svolta dal vescovo Agnello, mentre il duca di Trento Evin, a liberazione avvenuta, avrebbe siglato la pace con i Franchi. Tutto ciò emerge, nuovamente, in un passo dello storico longobardo.

«Agilulfo [re longobardo] mandò in Francia Agnello, vescovo di Trento, per la questione dei prigionieri fatti dai Franchi nei castelli tridentini. Egli tornò riportandone con sé diversi, che la regina dei Franchi Brunechilde aveva riscattato con il proprio denaro. Anche Evin, duca di Trento, si recò nelle Gallie per ottenere la pace e tornò dopo averla conclusa».

 

 

Il vescovo di Trento Manasse e le «regole della politica» del X secolo

Il ritorno in Italia di Berengario II nel 945 (c IV) è narrato da uno dei maggiori storici dell’epoca, il vescovo Liutprando di Cremona, in un’opera dedicata agli eventi a lui contemporanei, intitolata Antapodosis, un titolo in lingua greca che possiamo tradurre con «rappresaglia» (contro Berengario II, nemico suo e di re Ottone I, presso cui si era dovuto rifugiare) o «retribuzione» (di Dio, in base ai crimini o alle azioni virtuose svolte).

Come spesso succede per gli storiografi medievali, Liutprando non volle ricostruire in modo obiettivo e super partes la storia dei suoi anni, ma si prefisse di dimostrare quanto il suo principale avversario, Berengario II, fosse abietto, contrapponendolo nettamente al suo signore, Ottone I, che, invece, incarnava le virtù del re cristiano. In questo contesto egli narrò anche il ritorno del suo «antieroe» in Italia, dove avrebbe trovato l’appoggio dei peggiori tra i personaggi eminenti del regno. Tra costoro vi sarebbe stato anche il vescovo di Trento Manasse, nipote di re Ugo, un personaggio presentato da Liutprando a tinte fosche. Il vescovo Liutprando scrisse:

«Contro il diritto umano e divino re Ugo gli assegnò la Chiesa veronese, quella tridentina e quella mantovana, ma, cosa più vera, gliele diede in esca. E, non contento di tutto ciò, ottenne anche la marca tridentina, per la qual cosa spinto dal diavolo, mentre iniziava a essere un vassallo (miles), cessava di essere un vescovo».

L’assegnazione a parenti di importanti sedi episcopali non era cosa rara all’epoca, così come non rari erano i casi di vescovi vassalli. Pressoché unico, invece, era il caso di un vescovo che fosse a capo di una marca. Nel suo quadruplice ruolo di marchese di Trento e vescovo di Trento, Verona e Mantova, Manasse avrebbe dovuto garantire il controllo del territorio che dalla val d’Adige giungeva sino al corso del Po. Ma per Liutprando la sua ambizione sarebbe stata tale da indurlo a tradire anche il suo re e ad aprire le porte del regno al suo avversario. In ciò avrebbe trovato un degno compare in Adelardo, il chierico a cui aveva affidato la fortezza di Formicaria (Castel Firmiano?), che presidiava il confine settentrionale della marca di Trento.

«Nel frattempo l’atteso Berengario, affiancato da pochi uomini, dalla Svevia si diresse in Italia per la val Venosta, e pose il campo presso la fortezza di Formicaria, che Manasse, arcivescovo di Arles come già dicemmo e, allora, usurpatore delle sedi di Trento, Verona e Mantova, aveva affidato alla custodia del suo chierico Adelardo. Quando Berengario si rese conto che avrebbe potuto conquistarla senza apparecchiature di macchine belliche e senza assalto, conoscendo l’ambizione e la kenodoxìa, e cioè vanagloria, di Manasse, pregò Adelardo di venire da lui e gli disse: ‘Se consegnerai in mio potere questa fortezza e trarrai Manasse tuo signore ad aiutarmi, dopo che avrò ricevuto il potere regale, a lui donerò la dignità arcivescovile di Milano, a te quella vescovile di Como. E affinché tu possa prestar fede alle mie promesse, ciò che ti prometto a parole te lo confermo con i giuramenti’. Quando queste cose furono narrate da Adelardo a Manasse, non solo ordinò di consegnare la fortezza a Berengario, ma anche incitò tutti gli italici ad aiutarlo».

Non sappiamo se le malefatte attribuite a Manasse siano veramente avvenute. Sappiamo, però, che la ricostruzione delle sue azioni proposta da Liutprando permette di avvicinarsi alle ‘regole del gioco’ della politica del X secolo, basata sui legami de terminati dai rapporti parentali, dalle fedeltà con giuramento, dalle solidarietà tra pari. In questo contesto, nulla era più riprovevole dello spergiuro e del tradimento.

 

 

Poteri ottenuti dal vescovo Uldarico II (1027)

Spesso i diplomi concessi dall’imperatore Corrado II al vescovo Udalrico II sono stati interpretati come ‘atto di nascita’ del principato vescovile di Trento. Si tratta di un’interpretazione oggi per lo più abbandonata, perché proietta sugli inizi del secolo XI una realtà politica e istituzionale e un concetto di sovranità che si definiranno solo a partire dal XIII secolo. Per comprendere il significato e la portata delle concessioni del 1027 è, di conseguenza, più che mai utile leggere direttamente il loro testo.

Riportiamo qui di seguito alcuni stralci del diploma del 31 maggio 1027 relativo alla concessione del comitato di Trento. Tale scelta è motivata dal fatto che il secondo diploma emesso da Corrado II

– relativo ai comitati di Bolzano e Venosta – ci è giunto solo tramite una copia notarile del 1280, che secondo alcuni studiosi potrebbe essere una falsificazione fatta per volontà dei vescovi di Trento in un difficile frangente storico, caratterizzato da una dura contrapposizione tra i presuli tridentini e il conte Mainardo II di Tirolo.

L’originale del diploma del 31 maggio è conservato presso l’Archivio di Stato di Trento.

«Nel nome della santa e indivisibile Trinità. Corrado, augusto imperatore dei Romani per grazia divina. Se dotiamo le chiese di Dio oppresse da tribolazioni e miserie con qualche dono che c’è stato concesso da Dio, non dubitiamo minimamente che ciò possa esser d’aiuto non solo alla vita presente, ma anche al raggiungimento eterno della gioia.

Per questo motivo, sia noto a tutti i nostri fedeli e a quelli della santa Chiesa, che noi in seguito all’intervento della nostra diletta moglie e imperatrice e di Enrico nostro figlio diletto, diamo, assegniamo e confermiamo in proprio alla santa Chiesa tridentina, in cui riposano i corpi dei preziosi martiri Vigilio, Sisinio, Martirio e Alessandro, e al cui capo siede il venerabile vescovo Udalrico, e al vescovo Udalrico stesso e ai suoi successori il comitato tridentino, con tutte quelle sue pertinenze e i proventi che duchi, conti e marchesi hanno mostrato sino ad ora di possedere a titolo beneficiario, con la facoltà di costringere le persone, con l’amministrazione della giustizia e con tutte le funzioni pubbliche e i redditi fiscali, eccetto quelle cose, che abbiamo assegnato alla Chiesa di Feltre …

Ogni altra cosa, invece, come abbiamo detto sopra, la concediamo e la deleghiamo in proprio diritto e dominio alla soprascritta santa Chiesa tridentina e al già nominato venerabile vescovo Udalrico e ai suoi successori, in modo tale che nessun duca, marchese, conte, visconte, gastaldo o nessun’altra persona di alto o basso livello osi infastidire, molestare o ostacolare il predetto vescovo o i suoi successori o voglia interferire coi suoi poteri senza aver ottenuto il permesso del sopra menzionato vescovo o dei suoi successori che opereranno in quell’epoca …».

Con quest’atto l’imperatore, conformemente a quanto da tempo accadeva con le concessioni imperiali ai vescovi, assegnò a Udalrico II e ai suoi successori a titolo di piena proprietà (in proprium e non come feudo revocabile, in beneficium) il comitato di Trento, di cui non precisò i confini, dati per scontati. In tal modo il vescovo Udalrico II e i suoi successori non divennero conti o principi, ma titolari – per conto dell’imperatore – di poteri pubblici che riguardavano i tre principali ambiti della sovranità regia:

– il potere di ‘costringere’ le persone per quel che riguardava, ad esempio, le pene, le ammende, il servizio militare, l’imposizione di pesi, misure, pedaggi o monete;

– l’amministrazione della giustizia;

– il prelievo di proventi di varia natura. Corrado II sottraeva così il comitato a funzionari pubblici che avrebbero potuto agire in modo infedele e lo assegnava al vescovo.

Concedendo un potere autonomo ai vescovi – sulla cui nomina manteneva una forte influenza – l’imperatore, di fatto, rafforzava il suo controllo sulla val d’Adige, posta in mani fedeli.


 

Adelpreto II, un vescovo assassinato

Le concessioni del 1027 assegnarono al vescovo Udarlico II e ai suoi successori importanti poteri, ma non comportarono un effettivo controllo del territorio del comitato di Trento, dove i vescovi dovettero confrontarsi con signori locali sempre più autonomi. Fu questo, per esempio, il caso degli Appiano, che dal loro castello omonimo dominavano la piana di Bolzano, o dei Castelbarco, che invece dominavano la bassa Vallagarina. Rispetto a questi ‘potenti’ locali i vescovi avviarono una politica di mediazione, che non sempre, però, fu un grado di evitare aperti conflitti. Tale situazione si inasprì particolarmente nella seconda metà del XII secolo, all’epoca del vescovo Adelpreto II (1156-1172), in una fase storica segnata dalla contrapposizione tra l’imperatore Federico I Barbarossa e i comuni della lega Lombarda. Assai probabilmente fu proprio Barbarossa, con cui era imparentato, a favorire l’elezione di Adelpreto a capo della Chiesa di Trento.

La fiducia nel vescovo di Trento si rivelò, tuttavia, mal riposta. Quando, infatti, l’imperatore nel 1168 rientrò in Germania, Adelpreto si schierò con i suoi oppositori. Se questa scelta salvaguardava il vescovo nel contesto politico più generale dell’Italia settentrionale, lo indeboliva, però, a livello locale. Venuta meno la protezione imperiale, Adelpreto dovette confrontarsi dapprima con gli Appiano, che due volte lo fecero prigioniero, poi con i signori d’Arco e Castelbarco. Lo scontro tra questi ultimi e il vescovo si inasprì particolarmente dopo il fallimento di un incontro pacificatore. Fu in questo contesto che un esponente della famiglia dei Castelbarco – Aldrighetto –, postosi a capo dei rivoltosi, assalì e uccise il vescovo.

La memoria di questo tragico evento è stata trasmessa, a mezzo secolo dagli eventi, dal domenicano Bartolomeo da Trento, il quale, dopo essere stato assai vicino alle posizioni dell’imperatore Federico II, si era spostato su posizioni filo-papali. In queste circostanze volle rievocare l’uccisione di Adelpreto, alla quale assegnò il valore di una sorta di ammonimento per i potenti laici che, anche alla sua epoca, si opponevano all’autorità vescovile; il tutto in un racconto che seguiva i canoni narrativi agiografici e rappresentava la morte di Adelpreto secondo il modello della Passione di Cristo e dei martiri.

«Dopo poco tempo il presule accompagnato da pochi dei suoi uomini si alza e si dirige verso Riva. Allora Aldrighetto e i suoi compagni proteggono i loro corpi con il ferro dell’ingiustizia, cingono ai fianchi le spade, impugnano le lance, spronano i cavalli e così armati inseguono il vescovo inerme. Quando il piccolo gruppo al seguito dell’uomo di Dio giunse nella radura tra Arco e Riva, uno di loro, Garzapano, alzando lo sguardo vide il perfido manipolo che scendeva lungo il Sarca; allora disse: ‘Fino ad ora abbiamo proceduto troppo lentamente; d’ora in poi ci affretteremo; guarda, i nostri persecutori ci inseguono’. Il vescovo, tuttavia, confidando nella loro buona fede disse: ‘Non è così; probabilmente cercano di ricordarci qualcosa che abbiamo dimenticato e procedono velocemente per comunicarcela; fermiamoci per vedere di cosa hanno bisogno’. Mentre stanno aspettando, giungono gli scellerati. Il vescovo interroga Aldrighetto dicendo: ‘Cosa vuoi, figliolo?’ E questi, con l’animo traboccante di ogni ingiustizia, risponde: ‘Saprai ben presto cosa voglio’. Il vescovo, avendo capito che era stato organizzato il suo omicidio, risponde: ‘Che Dio non ti imputi quest’atto a peccato, ma accolga la mia anima benché indegna’. Il seguito del vescovo sentendo ciò si dà alla fuga come, percosso il pastore, si disperdono le pecore. Al lora quell’uomo perfidissimo, abbassata la lancia, la conficcò nel petto del santo e la spinse fino a farla uscire dalla schiena e ferì la santa testa. E, mentre il santo cadeva a causa delle ferite subite, Aldrighetto e i suoi uomini si diedero alla fuga».

 

 

Alle origini dei castello e delle signorie rurali trentini :

Madruzzo e Stenico al tempo del vescovo Adelpreto

Nella seconda metà del secolo XII si situa una fase cruciale di consolidamento del potere dei principi vescovi di Trento, che allo scopo di ampliare la propria influenza sul territorio stringono accordi e definiscono rapporti con le comunità rurali e con singoli personaggi autorevoli della società delle valli prealpine. Ad alcuni di costoro i vescovi affidano la costruzione ex novo di fortificazioni, poste in posizioni militarmente o commercialmente strategiche; di altri (o di altre famiglie), sanciscono per così dire una posizione di prestigio che era già stata raggiunta localmente, cercando di attirare singoli milites o famiglie nella cerchia dei propri fideles o vassalli.

Uno tra i protagonisti di questo processo molto complicato fu il vescovo Adelpreto II, che non a caso ebbe forti contrasti con alcune famiglie importanti dell’aristocrazia della porzione meridionale del territorio diocesano, e alla fine ci lasciò la pelle. Fu infatti ucciso in un agguato presso Riva del Garda da un potente aristocratico della Vallagarina, Aldrighetto da Castelbarco, nel 1172.

Gli esempi che qui presentiamo sono relativi al decennio precedente, e a due importanti castelli della valle dei Laghi e delle valli Giudicarie. Nel 1161, a Riva del Garda, alla presenza tra l’altro di tre autorevolissimi esponenti del comune di Verona (sempre interessato a quello che accadeva a nord del lago di Garda), il vescovo stipula un accordo con Gumpone di Madruzzo e suo nipote Boninsegna, che vive a Trento. I due sono investiti:

«di due edifici nel castello di Madruzzo, che recentemente si è cominciato a costruire, e del diritto di custodire il medesimo castello, in modo tale che il castello deve essere aperto per l’eternità al vescovo e ai suoi successori e ai loro fedeli, uomini liberi e servi, che dimorino con essi; e il vescovo deve avere una sua dimora all’interno del castello e abitarvi quando vuole. E se in occasione di una guerra il castello sarà necessario al vescovo, ed egli vorrà collocarvi qualcuno per far guerra, il castello deve essere per lui aperto, previa garanzia a Gumpone e Boninsegna che finita la guerra o iniziata una tregua sarà restituito loro il diritto di custodia e il castello, come l’avevano prima; e che nel frattempo, durante la guerra, non sarà usata la forza contro di loro, e che il vescovo non deve collocare nessuno nel castello senza il consiglio e il consenso dei predetti Gumpone e Boninsegna, senza inganno».

L’accordo, che prevede forti penali (di identica entità) per ambedue le parti contraenti (ed è di per sé significativa questa ‘bilateralità’, tra un superiore e un inferiore, un vescovo e i suoi vassalli), è dunque soprattutto un accordo di carattere militare, precisamente regolamentato. I due esponenti della famiglia Madruzzo hanno il diritto/dovere di sorvegliare il castello (anche obbligando, come si precisa in un atto successivo, «i contadini che costruiranno quel castello … ad effettuare la manutenzione al castello, e a fare i servizi di guardia»). Nello stesso tempo, il castello deve essere sempre a disposizione del vescovo, che vi può in ogni momento accedere, secondo il principio dello ius aperturae (diritto di apertura o di accesso).

Abbiamo usato qui sopra l’espressione «famiglia Madruzzo», come se nel 1161 essa già esistesse. Lo abbiamo fatto per comodità, ma si tratta in realtà di un anacronismo. Infatti, è proprio attraverso il possesso e il controllo del castello che i discendenti di Gumpone (anche quando la famiglia si sarà ampliata e ramificata) acquisiranno e manterranno un’identità familiare. Nei secoli del tardo medioevo, anche nell’aristocrazia trentina – così come accade in altri territori italiani – il nome del castello (e del villaggio che dal castello dipende) diventa progressivamente il cognome del clan familiare: illi de Madruzo (quelli di Madruzzo) o domini de Madruzo (i signori di Madruzzo), così come i Thun, i Castelbarco, i Lodrone, i Roccabruna, e così via. Lo stesso accade in molti altri territori, in Italia e non solo; e queste denominazioni si conservano fino all’età moderna e contemporanea.

Anche se non era sistematica, l’azione del vescovo seguiva delle strategie. Abbastanza simili a quelli ora illustrati sono infatti gli accordi che egli stringe, nel 1163, con un personaggio, Bozone da Stenico, al quale lui stesso aveva dato l’incarico di costruire il castello (nelle valli Giudicarie). Per conto di Bozone assiste suo fratello, Ottone.

«il soprascritto venerabile vescovo mediante una pergamena che teneva in mano concesse in feudo la guardia di una casa che aveva fatto costruire nel castello di Stenico a Bozone del villaggio di Stenico, con questo patto, che se accadesse una guerra contro il vescovo e il vescovo volesse esser presente in detta casa, per tutta la durata della guerra a discrezione del vescovo il suddetto Bozone dovrà scendere da quella casa e dimorare in un’altra casa, e quando il contrasto armato sarà composto la citata casa resti affidata alla guardia di Bozone. Anche in tempo di pace, tutte le volte che il suddetto vescovo voglia esser presente in essa, Bozone dovrà analogamente scendere e alla dipartita del vescovo Bozone permanga nel diritto di guardia. Questa investitura fu fatta ad Ottone come rappresentante di Bozone. Una volta costruita la casa, i suddetti fratelli la dovranno tenere in efficienza per quanto riguarda la copertura e le cose ad essa necessarie».

Anche in questo caso la prospettiva di contrasti armati, detti senz’altro ‘guerra’ (werra), è considerata realistica e anzi probabile, e si prevede un soggiorno del vescovo in persona nell’edificio posto in posizione ‘forte’, vale a dire in alto rispetto al villaggio e alla strada.

Senza che si debba necessariamente pensare a un ‘determinismo geografico’, la posizione dei castelli ceduti in feudo dal vescovo di Trento è infatti spesso influenzata dall’ambiente e dalle vie di comunicazione. Nel caso di Stenico, la possibilità di controllare un itinerario stradale importante assicurò una lunga vitalità al sito, anche dopo che nel 1238 il feudo fu revocato alla famiglia di Stenico. Lo testimoniano le caratteristiche edilizie degli edifici sopravvissuti. A fianco del nucleo originario del castello, che prende nome da chi lo eresse nel XII secolo (torre di Bozone), è visibile infatti un palazzo duecentesco: la parola palatium indica la residenza signorile posta all’interno del castello (detta anche, a volte, dongione, francese donjon, dal latino dominionum connesso a dominus, ‘signore’). Il palazzo del castello di Stenico è decorato da affreschi di soggetto cavalleresco, espressione di una cultura aristocratica diffusa in tutta Europa. Ma anche nel Quattrocento e nel Cinquecento i principi vescovi Giovanni Hinderbach (1477) e Bernardo Cles (1538) lasciarono il loro segno sull’architettura del castello di Stenico, che esibisce tuttavia ancora molto evidenti gli interventi dell’epoca medievale.

 

 

Forme di esercizio del potere aristocratico nelle valli

trentine: uomini e donne «de masnada»

Se si passano in rassegna le vallate che costituiscono il territorio del principato vescovile nel medioevo, si nota che in alcune l’aristocrazia non è proprio presente; così ad esempio la val di Fiemme, da sempre orgogliosa della propria dimensione ‘comunitaria’, o la val Rendena geograficamente molto appartata. Laddove l’autorità dei signori si afferma, la presenza delle famiglie aristocratiche (e anche degli edifici-simbolo del loro potere, i castelli) manifesta comunque caratteristiche diversificate, da valle a valle.

Nelle vallate che ospitano vie di comunicazione importanti è più facile che si definisca una gerarchia signorile molto netta, secondo il modello dell’«area di strada» (c IX): il controllo di un grande itinerario stradale e/o fluviale fa sì che una sola famiglia signorile controlli un buon numero di castelli e assuma una posizione di forte egemonia. È quanto accade per esempio con i Castelbarco in Vallagarina (t IX) tra XII e XIV secolo, con i conti d’Arco nella zona dell’alto lago di Garda tra XIII e XIV secolo soprattutto, e infine con i da Caldonazzo- Castelnuovo in Valsugana, in particolare nel Trecento. Altrove, come in val di Non, le gerarchie tra le famiglie risultano meno evidenti, anche se progressivamente alcune casate, come i Thun, assumono rilievo e ruolo particolari.

Ma in questa scheda si vogliono proporre alla riflessione alcune testimonianze documentarie relative a quello che è uno dei principali strumenti del potere che tutte le casate aristocratiche trentine esercitano sulla società rurale: il dominio su uomini e donne che vivono in condizioni di servitù.

In tutta l’Europa medievale, nelle campagne è molto diffusa una condizione giuridica di ‘non libertà’ personale, fatta di obbligazioni che possono costringere:

– la libertà di movimento e di spostamento (il servus non può emigrare al di fuori di un certo territorio);

– la libertà di ‘stato civile’, inerente alla scelta matrimoniale (il servo o la serva non possono sposare persone, la condizione giuridica delle quali metta in discussione l’autorità del dominus su di loro);

– la libertà economica (il possesso delle terre ottenute in concessione dal signore o dominus può essere ceduto solo a chi vive nell’ambito del villaggio), e così via.

Queste forme di obbligazione, che spesso sono sancite da una relazione di tipo vassallatico, possono comportare l’esercizio di determinate prestazioni di lavoro (ad esempio il lavoro nei campi); ma anche lo svolgimento di funzioni amministrative di livello elevato: si parla spesso in questi casi di ministeriales (uomini non liberi che esercitano una funzione di ‘servizio’, un ministerium) e di ministerialità.

Normalmente, coloro che hanno una relazione di servitù nei confronti di un dominus costituiscono una collettività, denominata masnada o macinata. L’accezione negativa, peggiorativa, che ha nel lessico italiano il termine «masnada» dipende appunto dalla eventualità (concreta, e frequente!) che i dipendenti di un dominus esercitino le loro funzioni in modo violento e sopraffattore. Anche il principe vescovo di Trento ha la sua masnada (macinata Sancti Vigilii; casa Dei Sancti Vigilii). Ma qui ci interessano i rapporti di dipendenza nelle campagne, quei rapporti di dipendenza personale che costituiscono la ‘base’ dell’autorità delle famiglie signorili trentine.

 

 

Il diploma dell'imperatore Federico Barbarossa per il

vescovo di Trento Salomone (1182)

Nella seconda metà del secolo XII l’imperatore Federico Barbarossa compie uno sforzo eccezionale per affermare la propria sovranità anche nel Regno d’Italia. A proposito dell’esercizio di molti diritti pubblici (iura regalia ) da lui rivendicati come prerogativa sovrana, egli si scontra con le civitates padane e toscane che nei secoli e decenni precedenti li avevano usurpati; si tratta dell’amministrazione della giustizia, del fisco, del diritto di battere moneta, dei beni patrimoniali (palazzi pubblici, castelli, ma anche corsi d’acqua) spettanti all’Impero. Contro queste inquiete e dinamiche società urbane, organizzatesi secondo modalità politiche (con il governo dei consoli) e militari nuove, il Barbarossa tenta di restaurare/ instaurare la propria autorità appoggiandosi alle forze politiche più legate alla tradizione (la grande aristocrazia rurale, i grandi monasteri di tradizione imperiale e i vescovi).

Trento, posta su un asse stradale di cruciale importanza per il collegamento tra la Germania e l’Italia (attraverso i passi del Resia e del Brennero), ha per l’Impero una grande importanza strategica. Non è allora sorprendente, ma è nello stesso tempo assai significativo, che proprio quando il conflitto con le città della lega lombarda volge al termine (la pace di Costanza è del giugno 1183) l’imperatore tenti di stoppare le aspirazioni dei ceti urbani trentini – desiderosi di accrescere il ruolo politico della città, anche nel territorio – ribadendo l’esclusiva autorità del principe vescovo su una serie di punti decisivi. Lo fa con un privilegio (diploma) indirizzato a Salomone, vescovo di Trento, promulgato a Wimpfen, in Germania, il 9 febbraio 1182. In esso l’imperatore elenca con molta precisione le profonde trasformazioni politiche che si erano verificate, nei decenni precedenti, nell’Italia centro-settentrionale. Abbiamo evidenziato in corsivo le frasi salienti del testo.

«Stabiliamo che la città di Trento resti priva per sempre di consoli e si mantenga devota e fedele all’Impero sotto il reggimento del vescovo, così come è noto esser ordinate costituzionalmente le altre città del regno teutonico. Inoltre con la sanzione della nostra medesima autorità proibiamo nel modo più rigoroso che alcuna persona non appartenente al ceto aristocratico né alcun cittadino che non sia libero e certo e legittimo ministeriale della Chiesa episcopale osi erigere, all’interno della città o al di fuori di essa nel suo suburbio o nelle adiacenze di esso, qualsivoglia torre o edificio atto a difesa o fortificazione senza espresso mandato e licenza del vescovo e dell’avvocato. E se si constata che tali torri, edifici o fortificazioni sono già stati eretti in tali luoghi contro tale ordine da dette persone, siano distrutte su decisione del vescovo; e chiunque osi contro questo nostro precetto opporsi alla decisione vescovile, sia soggetto alle conseguenze del banno imperiale e subisca le pene di coloro che sono proscritti. Ai nobili, invero, e ai ministeriali della Chiesa trentina che effettivamente siano tali sia lecito erigere torri e munire i beni e luoghi di loro proprietà, se a tale fine avranno potuto ottenere il consenso del vescovo e soltanto di lui. Inoltre decretiamo che i cittadini di Trento non osino determinare o disporre le misure del pane e del vino o di altre cose, ma tutti questi diritti relativi alla città restino alla discrezione del vescovo e dei suoi successori. Inoltre i predetti cittadini non osino raccogliere il prelievo fiscale proporzionato alle capacità fiscali in città o al di fuori della città, né abbiano alcuna autorità di decidere riguardo alla moneta; ma tutte queste questioni restino alla discrezione totale del vescovo senza ostacoli di sorta. Che anzi con esplicito divieto proibiamo che i cittadini di Trento costringano alcuna persona nobile o popolare ad inurbarsi, né accolgano all’interno della città coloro che mutano la propria residenza mediante sotterfugi relativi all’esercizio di un potere giurisdizionale o al pagamento di un diritto. Ordiniamo anche che, se qualcuno è stato costretto ad inurbarsi a seguito di un giuramento e garanzia prestato ai cittadini di Trento, sia prosciolto integralmente da questo giuramento e garanzia e gli sia concessa facoltà di tornare indietro … Proibiamo inoltre che i Trentini costringano a soggiacere alla loro autorità coloro che abitano nei castelli o nelle città al di fuori dello spazio urbano e prosciolgano del tutto coloro che si sono spontaneamente assoggettati alla loro autorità».

Dunque, la città di Trento deve rimanere «priva di consoli», e pertanto priva di una rappresentanza politica eletta o prescelta dal basso; non è lecito occuparsi della difesa e della sicurezza, senza espresso mandato del vescovo o dell’avvocato; i cittadini non sono autorizzati a occuparsi delle misure del pane e del vino o della moneta (questioni che sono, allora come oggi, prerogative dello Stato); i cittadini non possono introdurre prelievi fiscali proporzionati alla ricchezza; i cittadini non possono assoggettare alla propria autorità coloro che vivono al di fuori dello spazio urbano; non possono infine obbligare nessun nobile a inurbarsi e a venire ad abitare in città. Si tratta di enunciazioni troppo concrete e specifiche, per non sospettare che si tratti proprio di una lettura in negativo degli obiettivi che i cittadini di Trento intendevano perseguire; e viceversa, sono esattamente – come sopra accennato – gli obiettivi che i comuni cittadini dell’Italia settentrionale si erano posti e avevano sostanzialmente perseguito e raggiunto. Ad esempio, la pratica menzionata all’ultimo punto (l’obbligo imposto ai nobili rurali di prendere la residenza in città e di acquistarvi una casa) è nota nella storia dei comuni cittadini italiani con il termine di «patto di cittadinatico».

 

 

Le carte di regola: Civezzano (1202) e Folgaria (1315)

Nel tardo medioevo, a partire dal secolo XII, in tutta Europa le comunità rurali si rafforzano e diventano capaci di assumere autonomamente il controllo delle proprie istituzioni: per regolare la convivenza, si stabiliscono norme valide per tutti i componenti della comunità, e di conseguenza si definisce un sistema di valutazione delle infrazioni a quelle norme e di punizione per chi le infrange; in termini moderni parleremmo di competenze di carattere legislativo, giudiziario e poliziesco (o repressivo).

Questo processo si incrocia con un altro grande fenomeno, che prende consistenza anch’esso nel secolo XII: la diffusione della scrittura, che a partire da quest’epoca non è più prerogativa di una ristretta élite di chierici, ma è sempre più spesso padroneggiata anche da laici. Si tratta dapprima di specialisti della scrittura e della documentazione, provvisti anche di qualche conoscenza di diritto, come i notai; successivamente, anche di mercanti o di nobili.

Il terzo elemento che in molti casi favorisce o addirittura rende necessaria la produzione di testi scritti da parte delle comunità rurali è la pressione politica esercitata da poteri superiori: nel caso del territorio trentino, può essere il principe vescovo, oppure la famiglia aristocratica titolare dei diritti signorili che sollecita la comunità rurale a mettere per iscritto la propria normativa in una «carta di regola».

«Regola» è infatti un termine che al suo significato proprio di ‘norma di comportamento’ aggiunge, per traslato, quello di ‘norma scritta’, statuto nel quale si mettono per iscritto consuetudini o pratiche che regolano la convivenza; e ancora, per un ulteriore slittamento, il significato di territorio all’interno del quale determinate norme hanno vigore. Questo termine si è affermato nella documentazione trentina; altrove, nell’Italia centro-settentrionale, prevale la locuzione «statuto (rurale)», esemplata sulla locuzione «statuto cittadino», e non mancano altre espressioni, come «convenientia» o «concordia », specialmente qualora la stesura scritta delle norme che regolano la vita economica, sociale e politica del villaggio rurale sono il risultato di un accordo e di una trattativa con il signore o con una autorità.

Le carte di regola elaborate e messe per iscritto dai comuni rurali trentini – spesso, ricorrendo a un notaio –, e approvate dalle autorità superiori – il signore titolare dei diritti di giurisdizione, oppure il principe vescovo – sono molto numerose. Per la maggior parte, però, risalgono ai secoli dell’età moderna, dal Cinquecento in poi. Questa circostanza non dipende dal fatto che in precedenza questi testi non venissero messi per iscritto (abbiamo visto che dal XII-XIII secolo questo accade), bensì proprio dal fatto che per le condizioni economiche e sociali del territorio trentino, fortemente condizionato dall’ambiente naturale, le carte di regola restano in vigore molto a lungo, e sono dunque continuamente riviste, riformulate, riscritte. Viceversa, nelle campagne del Veneto o della Lombardia o della Toscana si afferma dal Duecento o Trecento in poi la legge della città, lo statuto cittadino, e quindi gli statuti rurali non vengono più rinnovati; e lentamente sono abbandonati.

In genere, quanto al contenuto, una larga parte delle norme delle carte di regola tren tine riguarda la tutela e la regolamentazione delle colture, dei pascoli, dei boschi; e la cosa non stupisce. Tuttavia, le carte di regola ci forniscono anche dati molto interessanti sulla vita politica e sociale delle comunità rurali. Esemplifichiamo qui con il testo di una delle carte di regola più antiche, quella di Civezzano nell’alta Valsugana, risalente al 1202.

«Nella assemblea generale (plena et generalis regula) convocata secondo l’usanza al suono della campana, il signor Oliviero da Roccabruna regolano della comunità di Civezzano, a nome della comunità, col consiglio e il consenso e con la volontà di quasi tutti i vicini del pievato di Civezzano, vale a dire molto di più dei due terzi, e insieme con lui il signor Adelpreto da Magnago in pieno accordo fecero e ordinaro questa regola, e cioè

I. Che il predetto signor Adelpreto e il signor Odorico da Magnago come hanno fatto sinora debbano collocare una guardia campestre che sorvegli il bosco e le proprietà di Magnago appartenenti ad Adelpreto, entro i loro confini … E se qualcuno sarà trovato dalla guardia campestre all’interno di detti confini nel territorio di Magnago a tagliare alberi o a far legna (raccogliendola) oppure a fare altri danni, paghi per ogni ceppaia tagliata 20 soldi di denari veronesi e 10 soldi per ogni carro di legna, e 5 soldi per un fascio di legna, e 20 soldi per pali e assi; e per danneggiamenti fatti nei cereali coltivati o negli alberi da frutto 10 soldi di ammenda, e risarcisca il danno.

II. Inoltre che il detto signor Oliviero debba costituire un’altra guardia campestre per conto della comunità, e le due guardie insieme debbano sorvegliare le montagne del comune di Civezzano, cioè il monte Erdemolo e il monte Celva e il monte Calisio e il bosco del comune; e si troveranno qualche straniero in dette montagne o nel bosco a tagliare alberi o a far legna, costui paghi 40 soldi veronesi per pianta di quercia, 20 soldi per carro di legna, 10 soldi per fascio, 40 soldi per assi o pali.

III. Inoltre se qualche straniero sarà trovato con le bestie su quei monti o in quel bosco, se avrà un gregge dovrà consegnare la bestia migliore, e se sarà trovato con più animali ma non abbastanza numerosi da costituire un gregge dovrà pagare 20 soldi o una bestia delle migliori.

IV. Inoltre se qualcuno sarà sorpreso a segare fieno in detti luoghi, perda il fieno e paghi 40 soldi.

V. Inoltre se qualcuno del pievato di Civezzano sarà sorpreso a tagliare querce senza autorizzazione nel bosco soggetto a regola, paghi per ogni volta 20 soldi per pianta, ferme restando le altre norme stabilite.

VI. Inoltre se il detto signor Adelpreto o il suo rappresentante in Magnago avrà udito le guardie campestri che chiedono aiuto, sia obbligato ad aiutarle a prelevare i pegni.

VII. Inoltre se qualcuno, sorpreso nei poderi soggetti a regola del signor Adelpreto, non darà il pegno alla guardia campestre del detto signor Adelpreto, o si rifiuterà, allora il signor Oliviero Roccabruna o chi sarà regolano al posto suo dovrà costringere il colpevole a consegnare il pegno.

VIII. Inoltre che le guardie campestri debbano avere come compenso un terzo del valore dei pegni prelevati nei monti e nel bosco comune, un altro terzo il comune di Civezzano, un altro terzo i signori».

Osserviamo innanzitutto gli aspetti rituali. L’assemblea, che si riunisce di fronte alla chiesa, è convocata seguendo una precisa procedura, e tenendo conto delle norme relative al numero legale per la validità delle decisioni. I comuni rurali e i notai che per loro conto redigono i documenti hanno dunque una precisa coscienza dell’importanza del rispetto delle forme. In altre carte di regola, del resto, si stabiliscono anche con molta precisione le procedure per l’elezione degli amministratori, o per la rotazione delle cariche, che a turno debbono essere ricoperte da tutti i capifamiglia.

La seconda osservazione è legata al fatto che i signori hanno un ruolo molto importante in queste decisioni, e non solo perché eleggono le guardie campestri con il compito principale di sorvegliare le ‘loro’ terre, ma anche perché uno di loro sovraintende in generale alla procedura nel suo insieme; è detto infatti ‘regolano’.

La terza osservazione è che la condizione dei contadini è diversificata con precisione: individuiamo gli ‘stranieri’ (che non hanno diritto a sfruttare i boschi e i pascoli), coloro che vivono nel territorio della pieve di Civezzano, e gli uomini della comunità.

La quarta osservazione è che si intravvedono, senza troppe difficoltà, contrasti violenti tra i contadini e le guardie campestri: è previsto il caso che qualcuno si rifiuti di consegnare il ‘pegno’ (cioè l’oggetto che la guardia campestre preleva al colpevole), ed è previsto anche il caso che le guardie campestri dei due signori, il da Roccabruna e il da Magnago, si aiutino tra di loro.

Infine, uno studio attento della carta di regola di Civezzano consente di apprezzare l’importanza enorme che il legno, e in particolare certi tipi di legno, avevano per la vita rurale del medioevo: la quercia è espressamente nominata, così come sono menzionati legnami lavorati come assi e pali (e chi li ruba paga un’ammenda salata). Le stesse osservazioni potrebbero essere fatte per la coltura dei cereali.

La grande varietà dell’ambiente rurale trentino fa sì che le carte di regola dei diversi comuni rurali presentino caratteristiche molto diverse tra di loro. Lo dimostra, nel confronto con il caso di Civezzano ora proposto, la carta di regola del comune di Folgaria, stilata nel 1315 e indirizzata soprattutto a reprimere i danni inferti alle colture e ai pascoli: è infatti propriamente denominata

Carta ordinamentorum comunis Folgarie contra dampnum dantem (Carta delle norme del comune di Folgaria contro chi danneggia). Ma prima di proporre alcuni dati che illustrano come l’ambiente montano (Folgaria è a circa 1.000 m s.l.m.) eserciti la sua influenza, è importante osservare al contrario gli elementi di omogeneità con l’altro testo proposto che qui ritroviamo.

Nel 1315, la crescita della popolazione è in tutta Europa – e possiamo presumere anche in Trentino

– all’apice; proprio in quegli anni inizia quella crisi, segnata da carestie, che culminerà nella catastrofe demografica del 1348. I 46 capifamiglia e più che presenziano alla riunione nella generale assemblea («convicinia») del comune e degli uomini di Folgaria non sono pochi: adottando il coefficiente di 4,5 componenti per nucleo famigliare che gli studiosi di demografia storica medievale considerano attendibile, si arriva a circa 250 residenti, senza contare gli immigrati. A guidare la riunione – ed è il secondo elemento importante, perfettamente in parallelo con quanto si è visto per Civezzano – è il «signor Marco figlio del fu ser Trentino dalla Chiesa di Folgaria, gastaldo in questo villaggio per conto del nobile e magnifico signore Guglielmo da Castelbarco, che agisce a nome e per conto di lui e anche in qualità di sindico per il comune di Folgaria», insieme con un uomo della contrada Costa, con il decano del comune di Folgaria, e con il consenso di un uomo di Serrada. Serrada e Costa sono due nuclei abitati del territorio di Folgaria, lontani dal centro principale, e non sono qui menzionati per caso: c’è una precisa volontà di costituire una rappresentanza compiuta di tutti gli abitanti. Il fatto poi che il regista della seduta sia il rappresentante (gastaldo nel tardo medioevo vale ‘amministratore’) di Guglielmo Castelbarco, il grande signore della Vallagarina, rivela una cosa importante: che anche la montagna, lungi dal vivere nel bucolico isolamento e nell’autonomia idealizzata che una visione mitica del passato rurale ci presenta (si può ancora una volta citare al riguardo la bellissima poesia di Carducci dedicata al Comune rustico) è inserita nelle maglie del potere signorile. Le norme, approvate all’unanimità, sono le seguenti.

I. Se qualcuno sarà trovato dalle guardie campestri del comune a danneggiare con qualche sua bestia, di notte, l’erba o i prati o i campi non suoi, sia privato dei diritti e paghi un’ammenda di 60 soldi veronesi piccoli.

II. Se qualcuno sarà trovato dalle guardie campestri a pascolare o danneggiare di giorno l’erba, e il prato o in un campo non suo con le sue bestie, paghi un’ammenda di 12 soldi veronesi piccoli per ciascuna bestia.

III. Se qualcuno sarà trovato nei vigneti con un gruppo di capre o di pecore pagherà 20 soldi per ogni gruppo, se in altri luoghi 5 soldi per gruppo.

IV. Se qualcuno sarà trovato a passare, fuori della strada pubblica, attraverso il prato di un altro con i buoi o con le vacche aggiogate al baroccio pagherà 5 soldi per ogni coppia di animali.

V. Se le guardie campestri troveranno qualcuno che pascolerà dei bovini nei vigneti altrui, gli imporranno la multa di 5 soldi per ogni bestia.

VI. Se qualcuno sarà trovato a danneggiare o a tagliar legna in qualche maso del signore, perderà 5 soldi per ogni ceppo.

VII. Se qualcuno sarà trovato mentre percorre il sentiero dei prati di Guegexayda del maso di Pecheler e del maso che fu di Bruno Maroneli, paghi un’ammenda di 5 soldi per volta.

VIII. Se qualche cavallo verrà trovato a danneggiare il campo o il prato altrui già seminato, il proprietario pagherà 5 soldi e rifonderà il danno.

IX. Se qualcuno sarà trovato mentre percorre qualche sentiero dei masi che furono di Guadelerio e di Voeso di Carpeneda, paghi un’ammenda di 5 soldi per volta.

X. Se qualcuno sarà trovato a tagliare legna sul monte alle Galiene fino al sentiero di quelli di Costa che porra sul monte, e dalle cengie di sotto fino al piano del villaggio, paghi un’ammenda di 5 soldi per ogni ceppo.

XI. Nessuno osi tagliare legno di larice per bruciarlo sul monte, sotto pena di 5 soldi per ogni pezzo di legno.

XII. Se qualcuno osa tagliare legna da Sommo fino alle rocce di Clamer e dalla cima dei monti verso Sommo, per scopi diversi dalla costruzione di una casa o dal riscaldamento, paghi un’ammenda di 5 soldi per ogni ceppo.

XIII. Nessuno osi sottrarre barocci, ruote, scuri e mannaie di qualcun altro, sotto pena di un’ammenda di 10 soldi e con obbligo di restituzione».

Il riferimento ai masi o mansi, la menzione dei quali ricorre più volte, rinvia al fatto che la costituzione del nucleo abitato di Folgaria risaliva ad un ‘insediamento programmato’, a una colonizzazione imperniata su poderi – masi, appunto – di estensione regolare; anche se non è dato sapere, sulla base di questa fonte, se all’organizzazione per masi corrispondesse anche un insediamento sparso. Quanto al rapporto con l’ambiente, su tredici norme, soltanto una si riferisce ad un’attività agraria in senso proprio: la viticoltura, che in un territorio come quello di Folgaria è al limite altimetrico della praticabilità. Prevale invece la tutela delle risorse silvo-pastorali: bosco e pascolo, per animali di piccola taglia (pecore, capre) e grande taglia (equini, bovini). È importante anche la tutela particolare che è riservata ai masi «del signore».

 

 

Il vescovo Federico Wanga e il «Liber Sancti Vigilii»

Federico Wanga apparteneva a un’autorevole famiglia della nobiltà libera originaria forse della val Venosta, legata da parentela ai conti di Tirolo; nel momento nel quale egli divenne vescovo, esercitava il ruolo di avvocato dell’episcopio trentino Alberto III conte di Tirolo, suo zio. Fu eletto vescovo dal capitolo della cattedrale di Trento nel 1207; da due anni la sede episcopale trentina era vacante, per le dimissioni di Corrado da Beseno, e la sua elezione avvenne con l’avallo di due rappresentanti papali, presenti in città.

L’episcopato del Wanga, durato undici anni (sino al 1218, quando morì ad Accon – San Giovanni d’Acri –, in Palestina, durante la V crociata), fu segnato da un’attività di governo molto intensa e da spostamenti frequenti, che lo portarono in moltissime località del territorio del principato vescovile. Egli era infatti consapevole della necessità della presenza fisica di chi esercita l’autorità, e fu anche grazie a questo incessante dinamismo che il suo progetto di consolidamento istituzionale e politico del principato vescovile ebbe successo (pur se fu un successo temporaneo, perché alla sua morte le cose cambiarono rapidamente – e in peggio –, anche per la modesta statura politica dei suoi successori). La sua attività sul territorio è strettamente collegata con il ruolo importante che egli svolse nella politica imperiale, specie in qualità (dal 1213) di vicario dell’imperatore Federico II in Lombardia (la porzione centro-occidentale della pianura Padana, corrispondente alla Lombardia attuale, all’Emilia e a parte del Piemonte), in Veneto, Toscana e Romagna («per totam Lombardiam et Marchiam Veronensem atque Tusciam et Romaniam»). In tale veste si recò più volte in Germania, presso la corte di Federico II.

Una veloce ‘biografia’ di Federico Wanga ci è presentata dal Dittico Udalriciano, cioè da un antico manoscritto liturgico appartenente al capitolo della cattedrale di Trento, che elenca (tra l’altro) tutti i vescovi della città fino al 1336. Il Wanga figura nell’elenco come «Fridericus piissimus episcopus», ma una lunga nota annotata sul margine della pergamena (un ‘privilegio’ accordato a pochi altri vescovi che figurano in questo elenco) ricorda:

«Questo viene elencato come 57° vescovo dell’elenco a partire da san Vigilio, e come 74° in generale … Durante la sua vita governò pacificamente l’episcopato di Trento, e lo abbellì di molte costruzioni. Ricostruì rafforzandolo con un muro più alto il palazzo signorile con la cappella, cadente per la sua grande antichità e pericolante a causa di un incendio. Avrebbe voluto costruire con murature saldissime la chiesa del santo martire Vigilio, ma – desideroso di servire il Cristo – andò oltremare con il suo visdomino Alberto, che poi gli successe nella carica episcopale. E lì, nella città che è chiamata Accon, chiuse i suoi giorni, il 6 novembre dell’anno del Signore 1218, nella sesta indizione. Fu sepolto nella chiesa della Madonna nell’ospedale degli Alemanni, presso l’altare. San Vigilio, prega per la sua anima. Amen».

Al redattore di questa nota, che è certamente un chierico della cattedrale, interessa particolarmente l’attività edilizia svolta nel complesso della cattedrale di San Vigilio (il palazzo signorile, la chiesa). Ma si sottolinea innanzitutto, in generale, la natura «pacifica» del governo di questo principe vescovo, e le «molte costruzioni» delle quali fu arricchito il territorio. È implicito in queste parole il riferimento ai castelli, così frequentemente menzionati nel Liber Sancti Vigilii: ossia il registro noto come Codex Wangianus proprio in conseguenza della fama imperitura che il vescovo, che ne promosse la redazione, conseguì nella tradizione ecclesiastica e storiografica trentina.

Questo manoscritto, confezionato nel secondo decennio del Duecento (oggi conservato presso l’Archivio di Stato di Trento), raccoglie infatti una vasta documentazione, che costituisce il fondamento dell’autorità politica dei principi vescovi di Trento (a partire dal diploma imperiale del 1027 che assegnava al vescovo di Trento i diritti comitali. In particolare, esso ricapitola per larga parte sia l’attività politica degli immediati predecessori del Wanga (Adelpreto, Salomone, Corrado da Beseno, che la sua stessa. È detto minor in contrapposizione al Codex Wangianus maior, conservato oggi a Innsbruck: si tratta dell’edizione più tarda (1340 circa), fatta eseguire dal vescovo Nicolò da Brno, che comprende anche la documentazione via via aggiunta nel codice tra il 1220 circa e i primi decenni del Trecento. Una prova della sua enorme importanza sta nel frequente uso che ne abbiamo fatto in queste pagine: si tratta infatti di una fonte imprescindibile per la storia del medioevo trentino.

Il Codex Wangianus minor fu compilato tra il 1209 circa e l’anno 1214, da parte di un gruppo di notai trentini. Essi svolsero, appunto, una attenta opera di revisione della documentazione prodotta dai principi vescovi sino a quell’epoca: trascrissero molti documenti conservati su singole pergamene, altri ne scartarono, e costituirono quello che si può definire il ‘libro dei diritti’ (liber iurium) della Chiesa vescovile di Trento. Operazioni culturali e documentarie analoghe a quella compiuta dal vescovo Wanga non sono rare anche presso altri episcopi italiani e stranieri, talvolta pressati dalle aggressive politiche fiscali e dalle usurpazioni di comuni cittadini e regni, che mettevano a repentaglio i dispersi patrimoni delle chiese. Un esempio, proprio degli stessi anni, è quello realizzato dal vescovo di Cremona Sicardo. Producendo questi manoscritti, a volte imponenti (anche il Codex Wangianus è di grande formato), le ‘cancellerie’ episcopali italiane (ovvero gli uffici addetti alla produzione dei documenti scritti) imitavano quanto accadeva nelle cancellerie e negli archivi comunali, ove si era consolidata a partire dalla fine del secolo XII l’abitudine di produrre registri in pergamena, rilegando insieme fascicoli che erano stati spesso scritti autonomamente, e che autonomi erano talvolta rimasti, magari per decenni. Conservare un voluminoso registro, e ritrovare nel suo indice un documento, è evidentemente meno rischioso e più pratico rispetto a quanto accadeva in precedenza (coi rotoli di pergamena gettati alla rinfusa in una archa – da cui archivum).

Si parla solitamente di Codex, al singolare: ma l’unità conferita dalla legatura cela in realtà il fatto che l’attuale manoscritto è il risultato dell’assemblaggio di tre distinti fascicoli o quaterni, secondo la prassi ora accennata. Uno di essi raccoglie la più antica legislazione mineraria d’Europa, il Liber de postis montis arçentarie; un altro i cosiddetti Census ananici, vale a dire gli affitti e le rendite provenienti dalla val di Non, una delle aree del territorio del principato nelle quali la presenza patrimoniale dell’episcopio era più forte; un terzo infine, il più cospicuo come mole, riguardava in generale il governo del territorio.

E proprio alcuni particolari che contraddistinguono questi fascicoli lasciano capire che il vescovo, oltre allo scopo pratico sopra citato (avere sottomano la documentazione concernente i propri diritti su questo o quel castello, su questo o quell’introito fiscale), voleva anche lanciare un messaggio di ‘immagine’ e di propaganda. Infatti nel foglio iniziale del primo fascicolo, e nel foglio iniziale degli statuti minerari, figurano due miniature che ritraggono il vescovo, in abiti pontificali, assiso sul suo soglio, sotto un arco sorretto da colonne (e altre due vignette avrebbero dovuto ospitare anch’esse una raffigurazione). Nel primo caso, il vescovo ha nella mano sinistra il pastorale, simbolo del potere spirituale, e nella destra un libro (probabilmente il Nuovo Testamento); sullo sfondo compaiono alcuni edifici e alcune torri, alludendo a una città. Nel secondo caso, il vescovo è seduto in una posa analoga, ma ha nella mano destra la spada, simbolo del potere temporale, e nella sinistra il pastorale.

I due testi che accompagnano le miniature sono espressivi dell’altissima concezione della propria autorità che animava Federico Wanga. Il testo di apertura del primo fascicolo illustra invece le motivazioni dell’operazione compiuta, e in particolare le ultime righe del testo rinviano espressamente alla collaborazione indispensabile dei notai («manus publice», perché essi godono della fides publica e sono in grado di produrre documenti che hanno valore legale).

«Federico, per la misericordia divina vescovo della santa Chiesa di Trento, vicario della corte imperiale e legato dell’intera Italia, a tutti i lettori di questo testo, presenti e futuri. A causa del desiderio sfrenato di beni terreni, gli uomini sono indotti a trasgredire le leggi: e se le chiese e i deboli non possono avvalersi della difesa della legge ecclesiastica, sono ancor più spesso privati dei loro diritti e subiscono oppressione a causa dell’arrogante potenza degli uomini. Per questo, con l’obiettivo di mantenere per il futuro intatti ed illesi – nei limiti delle nostre possibilità – tanto i diritti della nostra Chiesa quanto i diritti dei nostri fedeli, desideriamo rendere noto tanto ai contemporanei quanto alla posterità che, quando fummo eletti pastori della Chiesa di Trento (per volontà divina, e nonostante la nostra indegnità), constatammo che tanto le proprietà quanto i diritti della Chiesa medesima erano dispersi e svenduti, a causa di molti e svariati motivi. Perciò, con il consiglio e con l’aiuto di Dio onnipotente, abbiamo raccolto ciò che era disperso, e recuperato ciò che era stato indebitamente ceduto; e compatibilmente con le nostre forze abbiamo ricondotto a una condizione migliore ciò che veniva gestito malamente. E affinché i diritti nostri, della nostra Chiesa, degli altri nostri uomini, dei nostri vassalli possano godere di una più sicura tutela ed essere rafforzati, abbiamo fatto redigere e autenticare questo libretto, raccogliendolo insieme da molti e vari documenti grazie alla scrittura dei notai».

Il testo che figura nel foglio iniziale degli statuti minerari riprende direttamente, con poche variazioni, la frase iniziale delle Institutiones dell’imperatore Giustiniano.

 

 

Il «Codex Wangianus» e il Codice minerario trentino

Uno dei fascicoli del Codex Wangianus minor contiene il cosiddetto «Codice minerario trentino» (ovvero Liber de postis montis arçentarie, registro delle norme relative al monte ove si scava l’argento), che raccoglie le disposizioni per lo sfruttamento delle miniere di Trento ed è considerato il primo codice alpino di diritto minerario prodotto in Europa. Che il Liber sia stato concepito autonomamente, risulta chiaro anche dal prologo che il vescovo Federico Wanga fece anteporre alle norme che regolavano lo sfruttamento delle miniere, nel quale viene richiamata l’importanza dell’attività legislativa come strumento del governare. L’approvazione del testo risale al 1208.

«Nel nome del padre, del figlio e dello spirito santo.

È necessario che la nostra principesca maestà non soltanto sia dotata di armi, ma sia anche difesa da leggi, accordi, statuti ed istituzioni, affinché noi possiamo reggere sia il tempo della pace che il tempo della guerra con rettitudine e giustizia, e affinché Federico principe trentino risulti vittorioso in tutte le sue azioni; ed elimini le iniquità dei calunniatori non solo nelle guerre contro i nemici ma anche attraverso gli strumenti della legge, e affinché sia da un lato rispettosissimo del diritto, dall’altro trionfatore sui vinti nemici. Ed egli con l’aiuto di Dio percorrerà in modo perfetto l’una e l’altra strada, con grandissima sollecitudine e grandissima maturità di senno».

Tanta enfasi non è fuori luogo, in un testo che riguarda l’attività mineraria. Le risorse del sottosuolo erano considerate (come tutte le risorse naturali) di per sé pertinenti all’autorità pubblica. Della produzione di metalli preziosi, poi, si intuiva in effetti la grande l’importanza; ma il discorso vale in generale per la valorizzazione delle risorse minerarie delle Alpi e in generale delle regioni centro-europee. L’estrazione e la lavorazione dell’argento, ma anche del ferro, del piombo e del sale furono potenti ‘motori’ per la crescita complessiva dell’economia e della società dell’area linguistica tedesca, provocando alla lunga – oltre che lo spostamento di grandi masse di lavoratori, le fortune o le sfortune demografiche ed economiche di molte città ecc. – l’affermazione stessa di uno Stato. Uno degli esempi più significativi è la città di Kutná Hora (in tedesco Kuttenberg), nel Regno di Boemia: l’estrazione dell’argento ebbe una grande importanza nel Duecento (sviluppandosi poco più tardi di quanto accadde a Trento), e il re di Boemia Venceslao II incaricò un giurista italiano di redigere uno ‘statuto minerario’ parallelo a quello trentino. Anche in Carinzia le miniere d’argento di Friesach ebbero grande importanza; e nel territorio trentino il controllo delle miniere del monte Calisio sollecitò l’interesse politico dei conti di Tirolo.

Lo statuto minerario trentino è composto di vari documenti, che mescolano diritto romano e diritto germanico. Nel testo sono presenti numerose parole tedesche latinizzate, che successivamente passeranno poi anche negli altri statuti minerari in Italia centrale (ad esempio a Massa Marittima in Toscana e a Iglesias in Sardegna). Insieme con la manodopera specializzata (‘imprenditori’ e concessionari di scavo, minatori veri e propri, fonditori ecc.) e con le conoscenze tecniche – know-how, si direbbe oggi – circolano anche le parole che designano gli uni e le altre.

Presentiamo qui il testo dei primi capitoli della «Carta laudamentorum et postarum episcopi factorum super facto arçentarie eius» (Carta delle deliberazioni e degli statuti vescovili, fatti a proposito delle sue miniere d’argento).

«Inoltre ordiniamo che d’ora in poi nessuno osi pagare il prezzo del minerale estratto là sul monte ove viene estratto, né sul monte debba negoziare, ma soltanto in città, a meno che non si tratti di operazioni di svuotamento dei pozzi dall’acqua che non possono essere interrotte per la gran quantità d’acqua da estrarre oppure a causa di qualche escavazione .

Inoltre se qualcuno avrà una concessione sul monte Argentario [monte Calisio] e la maggior parte dei soci della sua compagnia di minatori vorrà lavorare lì, ordiniamo che tutti i soci siano tenuti a negoziare.

Inoltre se capiterà che si crei un dorslagum (‘passaggio tra diverse gallerie’) in qualche miniera, e in dipendenza di questo nasca qualche discordia, il lavoro sia sospeso dall’una e dall’altra parte fino a che la controversia non sia risolta dai nostri (= del vescovo) amministratori.

Inoltre tutti i werki [lavoratori], con il consenso del vescovo, stabilirono che se qualcuno danneggerà un wachum [pozzo] subirà la pena del taglio della mano.

Inoltre stabiliamo anche che d’ora in poi nessun oste o fabbro prelevi in pegno da parte di chi dimora sul monte attrezzi in ferro, funi, corde e qualsiasi altro attrezzo che riguardi il lavoro della miniera o altri lavori, a meno che egli non abbia prelevato tali attrezzi dal responsabile della miniera. Se lo farà restituisca l’oggetto prelevato e paghi un’ammenda di 3 lire».

Dunque le norme stabilite dal vescovo Wanga regolano la permanenza della manodopera sul monte, le relazioni interne alle ‘associazioni’ dei lavoratori, e aspetti tecnici come l’eventualità che si aprano comunicazioni impreviste tra una miniera e l’altra; ma anche i rapporti tra i minatori e gli osti che sovraintendono al ricovero e alla ristorazione, e tra i minatori e i fabbri.

 

 

Struttura urbana e edifici del potere a Trento in età

medievale

L’assetto urbano riportato dalla pianta topografica della città di Trento tra il XIII e il XIV secolo presenta innanzitutto una macroscopica differenza con la situazione attuale: lo spostamento del corso dell’Adige avvenuto alla metà del XIX secolo. Il fiume anticamente occupava l’odierna sede stradale che collega Torre Wanga a Torre Verde; le due torri presidiavano il corso del fiume, un solo ponte lo superava, e l’importante abbazia di San Lorenzo restava al di là del fiume. Sull’Adige gravitavano anche una serie di accessi (vò, dal latino vadum ‘guado’, ‘accesso all’acqua’). Abbastanza precocemente sorgono al di fuori delle mura, sugli assi stradali principali (in direzione nord verso Bolzano, attraverso porta San Martino; in direzione sud verso Verona, attraverso porta Santa Croce), luoghi che hanno funzioni di ospitalità. L’occupazione dello spazio intramurario rende evidente la sopravvivenza di un’area adibita prevalentemente ad abitazioni e parzialmente coincidente con la Tridentum romana. La costruzione della nuova cinta muraria, dopo il 1230, conferisce alla cattedrale, sorta decentrata rispetto alla cinta romana, una nuova centralità. La sede del potere civile si trasferisce alla metà del Duecento dal palazzo vescovile, presso la cattedrale, al castello del Buonconsiglio posto ai margini nord-orientali. Un modesto polo di attività economiche, che sfrutta come in ogni città la disponibilità d’acqua corrente, si sviluppa nella parte orientale dell’abitato, come suggeriscono i toponimi «roggia grande» e «concerie del fossato». La roggia che penetrava in città non è raffigurata nella carta.

La struttura attuale del castello del Buonconsiglio risulta da diversi edifici, costruiti in momenti successivi. Quelli risalenti al pieno medioevo sono il Castelvecchio, la cosiddetta domus nova e la torre di Augusto; ma l’edificio fu completato nel Rinascimento (fine Quattrocento) dal principe vescovo Giovanni Hinderbach e ingrandito con l’aggiunta del Magno Palazzo da Bernardo Cles a partire dal 1528. Nel Seicento, per volere del principe vescovo Francesco Alberti Poia si ha l’edificazione di un nuovo corpo di fabbrica di raccordo fra Castelvecchio e il Magno Palazzo. La costruzione di castelli urbani, eretti ai margini delle città in funzione ‘anti-cittadina’ (cioè contro i cittadini piuttosto che per difendere i cittadini), è una pratica corrente di tutti i poteri signorili, per ragioni di prestigio e soprattutto di effettivo controllo militare e di ordine pubblico. Così si comporteranno per esempio i signori italiani, soprattutto nel Trecento. Non a caso il castello del Buonconsiglio è progettato e costruito a Trento dai podestà imperiali, che governano autoritariamente la città di Trento nei decenni centrali del Duecento per conto di Federico II imperatore. In particolare, è Sodegerio originario di Tito (in Lucania), podestà imperiale, che nel 1250 porta a termine la costruzione della domus nova dell’imperatore. In seguito, il castello ospitò i principi vescovi di Trento, e per lungo tempo anche i capitani tirolesi, insediati in Trento a partire dall’età di Mainardo II.

La Torre Wanga era anticamente nota come «torre Rossa»: fu infatti costruita – probabilmente da maestranze veronesi – in mattoni, su un basamento in pietra, al tempo del principe vescovo Federico Wanga (inizi Duecento). La deviazione ottocentesca dell’Adige non permette oggi di comprendere bene l’importanza che ebbe per Trento medievale e moderna – dal punto di vista daziario e militare – questa fortificazione, posta a guardia del ponte sul fiume (che portava all’abbazia di San Lorenzo) e della strada per Brescia. La Torre Wanga è sempre rappresentata nelle immagini della città, a partire dall’acquerello di Dürer (1495 ca.), nella pianta prospettica di Ludovico Sardagna (1660 ca.), fino alle vedute ottocentesche. In tale epoca fu usata come prigione, e per questo furono aperte le finestre quadrate che ancor oggi si vedono.

Il cosiddetto Castelletto e il palazzo vescovile sono eretti presso la cattedrale di San Vigilio. A Trento, la residenza medievale del vescovo e la cattedrale sono contigue alla principale piazza cittadina, e di conseguenza è assente un polo urbanistico «laico»: a differenza di quanto accade in molte città italiane, ove cattedrale e piazza del comune sono ben distanti e ben distinte. Ciò dipese dall’assenza, a Trento, di un governo comunale in grado di esercitare autonomamente il potere, nei secoli XII e XIII. Il Castelletto si presenta come un edificio fortificato, posto a fianco delle absidi della cattedrale; comprendeva anche una piccola chiesa privata del principe vescovo, la cappella di San Biagio. Qui risiedeva e promulgava i suoi documenti Federico Wanga, ai primi del Duecento. Il palazzo che fiancheggia il Castelletto ospitò nell’avanzato Duecento (quando i vescovi si spostarono nel castello del Buonconsiglio) l’amministrazione della giustizia; e nel Quattrocento, quando il comune di Trento si consolidò, divenne sede del podestà cittadino. La struttura odierna risente degli interventi di restauro praticati nell’Ottocento e nella seconda metà del Novecento.

 

La colonizzazione del monte di Costa Cartura (1216)

Nei secoli della grande espansione demografica ed economica dell’Europa, dal XI al XIV, si assiste anche al grande fenomeno di ‘antropizzazione’ delle Alpi. Sia per movimenti spontanei delle popolazioni, sia per espressa iniziativa di signori laici e di istituzioni ecclesiastiche, in tutta la catena alpina la popolazione residente aumenta e si innalza il livello altimetrico degli insediamenti umani stabili. In particolare, sul versante meridionale delle Alpi svolgono un ruolo importante gruppi di coloni di ceppo linguistico germanico, presenti tanto nella parte occidentale della catena (con le popolazioni Walser dell’alta val Sesia, in provincia di Novara) quanto nella parte orientale (e in particolare nei massicci montuosi a nord e a sud del fiume Brenta e del solco vallivo della Valsugana). La spinta propulsiva di queste popolazioni, che nei decenni centrali del Duecento occuperanno tutto l’altopiano di Asiago (sino ad allora sottopopolato), si esaurirà verso la fine del secolo, con l’inizio della colonizzazione delle Prealpi veronesi (1287).

Iniziative di colonizzazione organizzata, come quella predisposta dal principe vescovo Federico Wanga nell’anno 1216, nella zona montuosa di Costa Cartura (non lontano da Folgaria, a circa 1.000 m di quota) non sono rare. Enrico e Ulrico «de Posena» (probabilmente Posina, in provincia di Vicenza) sono dei veri e propri imprenditori agrari, ai quali sono affidati sia compiti di valutazione della produttività del territorio (perché i venti poderi o masi che essi vanno a creare siano omogenei come struttura), sia il vero e proprio disegno sul terreno della struttura di questi masi. Le condizioni contrattuali, definite dal vescovo, sono, per tutte le famiglie che assumeranno la conduzione di un maso, piuttosto favorevoli perché prevedono un certo periodo di gratuità.

«Federico, per la misericordia divina illustre vescovo della chiesa di Trento, vicario regio e legato, a nome del suo vescovado affittò il monte chiamato Costa Cartura, che si estende da Folgaria fino al covalo di Centa, appartenente come comunemente si diceva al vescovado stesso, a Ulrico e Enrico di Posina perché costituiscano e distinguano con i loro confini in quel monte venti masi o più, nel modo più imparziale possibile, e perché vi conducano esperti e validi coltivatori. Costoro abbiano in affidamento e coltivino tali masi per conto del vescovado e del vescovo di Trento. Ulrico e Enrico debbono suddividere tra quei coltivatori la terra arabile, i monti e i prati in modo equo, così che tanto i cortili per le abitazioni quanto i poderi siano di uguale qualità e valore, senza inganno. E a nome del vescovado il vescovo dovrà investire di tali beni quei coltivatori che accetteranno e coltiveranno tali masi; dovrà rilasciare a ciascuno di essi un documento attestante la concessione fatta secondo i confini che per ciascun manso saranno individuati da Ulrico e Enrico. Trascorso poi il tempo convenuto al momento della concessione, durante il quale i coltivatori tratterranno per se tutti i prodotti provenienti dai mansi, da allora in poi essi e i loro eredi dovranno gestire detti mansi pagando un fitto sui cereali, sul formaggio e sugli altri prodotti, secondo le condizioni stabilite dal vescovo al momento della investitura. E i predetti Ulrico e Enrico come compenso di questa loro prestazione otterranno in feudo per sé dalla curia dei ministeriali di San Vigilio – una per ciascuno – due di quelle abitazioni con cortile, scelte non tra le migliori né tra le peggiori»


 

LA SERIE DEI VESCOVI DI TRENTO

 

 

Giovino † Abbondanzio † 381)
San Vigilio † (387 - 400)
Eugippio †
Quartino †
Peregrino † (? - 470)
Gratismo †
Teodoro II † (? - circa 500 deceduto)
Agnello † (? - 595)
Veregondo †
Manasse †
Vitale I †
Stablisiano †
Domenico †
Rustico †
Romano †
Vitale II †
Correnziano †
Sisedizio †
Massimo †
Mammone †
Mariano †
Dominatore †
Orso †
Clemenziano †
Amatore † (? - 802)
Volderico † (805 - 814)
Daniele † (814 - 827)
Heimperto † (827 - 845)
Odescalco † (854 - 864)
Adelchi † (874 - 881)
Frideberto †
Gisolfo †
Bertoldo †
Giacomo † (? - 900)
Corrado I † (900 - 926)
Giovanni I † (926 - 927)
Bernardo I † (927 -932)
Manasse d'Arles † (932 - 957) Lantramno † (957 - 963)
Arnoldo di Pavia † (963 - 971) Arimondo † (971 - 992)
Raimondo di Caldore † (992 - 1004)
Uldarico di Flavon † (1004 - 1022)
Uldarico II † (1022 - 25 febbraio 1055 deceduto)
Azzo † (1055 - 14 ottobre 1065 deceduto)
Sede vacante (1065-1068)
Enrico I † (1068 - 1082 deceduto) Bernardo II † (1082 - 1084)
Adalperone † (1084 - 1106)
Gebardo † (1106 - 1120 deceduto)
Adelpreto I † (1120 - 1124)
Altmanno † (1124 - 23 marzo 1149 deceduto)
Arnoldo II † (1149 - 2 febbraio 1154 deceduto)
Eberardo † (1154 - 6 giugno 1156 deceduto)
Sant'Adelpreto II † (17 settembre 1156 - 8 marzo 1177 deceduto)
Salomone † (1177 - 30 dicembre 1183 deceduto)
Alberto Madruzzo † (1184 - 20 novembre 1188 deceduto)
Corrado di Beseno † (6 dicembre 1188 - 10 marzo 1205 dimesso)
Federico Vanga † (9 agosto 1207 - 6 novembre 1218 deceduto)
Adelpreto di Ravenstein † (novembre 1219 - 27 dicembre 1223 deceduto)
Gerardo Oscasali † (1224 - novembre 1232 deceduto)
Aldrighetto di Castelcampo † (novembre 1232 - 1247 deceduto)
Egnone di Appiano † (8 novembre 1250 - 25 marzo 1273 deceduto)
Enrico II, O.T. † (29 settembre 1274 - 1289 deceduto)
Filippo Bonacolsi, O.F.M. † (31 luglio 1289 - 8 dicembre 1303 nominato vescovo di Mantova)
Bartolomeo Querini † (10 gennaio 1304 - 23 aprile 1307 deceduto)
Enrico di Metz † (23 maggio 1310 - 9 ottobre 1336 deceduto)
Nicolò Abrein † (3 luglio 1338 - 1347 deceduto)
Gerardo da Manhauc † (12 dicembre 1347 - 1348 deceduto) (vescovo eletto)
Giovanni di Pistoia † (27 ottobre 1348 - 23 ottobre 1349 nominato vescovo di Spoleto)
Mainardo di Neuhaus † (4 novembre 1349 - 1360 dimesso)
Alberto di Ortenburg † (31 agosto 1360 - 9 settembre 1390 deceduto)
Giorgio di Liechtenstein † (7 novembre 1390 - 20 agosto 1419 deceduto)
Giovanni da Isny † (1419) (vescovo eletto)
Armando de Cilli † (1421) (vescovo eletto) Ernesto Auer † (1422) (vescovo eletto)
Enrico Flechtel † (2 marzo 1422 - 1423) (vescovo eletto)
Alessandro di Masovia † (20 ottobre 1423 - 2 giugno 1444 deceduto)
Benedetto da Trento † (12 ottobre 1444 - 1446 dimesso)
Georg Hack von Themeswald † (16 ottobre 1446 - 23 agosto 1465 deceduto)
Johannes Hinderbach † (12 maggio 1466 - 21 settembre 1486 deceduto)
Ulrich Frundsberg † (11 luglio 1488 - 10 agosto 1493 deceduto)
Ulrich von Liechtenstein † (20 agosto 1493 - 16 settembre 1505 deceduto)
Georg Neideck † (25 settembre 1505 - 5 giugno 1514 deceduto)
Bernardo Cles † (25 settembre 1514 - 30 luglio 1539 deceduto)
Cristoforo Madruzzo † (5 agosto 1539 - 14 novembre 1567 dimesso)


UDALRICO II


Fine del 900 - 25 febbraio 1055

 

Le origini di Udalrico e le buone relazioni con l´autorità imperiale


Udalrico II, di nobile famiglia, verosimilmente imparentata con i conti di Flavon, venne eletto vescovo di Trento nell´anno 1022 e ricoprì quest´incarico per ben 33 anni.

Intrattenne buoni rapporti con gli imperatori del suo tempo, in particolare con Enrico II, accanto al quale comparve nel 1022 in occasione della stipulazione di un placito nei pressi di Benevento. Ottime furono anche le sue relazioni con Corrado II il Salico, che raggiunse a Verona nel 1027; Corrado proveniva da Roma dove, nonostante le opposizioni delle popolazioni locali lungo la strada che conduceva alla capitale, era sceso per ricevere la suprema incoronazione, inaugurando così una nuova dinastia imperiale: quella di Franconia. Con Corrado lo troviamo anche nella cerimonia di riconferma dei diritti temporali al patriarca Poppo di Aquileia


La costituzione del principato vescovile di Trento e le sue prerogative: lo schiudersi di una nuova era per la Chiesa trentina


Da Corrado II, Udalrico ricevette l´ufficialità di un riconoscimento destinato a rappresentare una tappa di imprescindibile importanza per tutta la storia del nostro territorio. L´imperatore, il 31 maggio del 1027 a Bressanone, formalizzò a favore del nuovo vescovo la donazione del cosiddetto «comitato di Trento». Comitatus era un termine che la dominazione franca aveva assegnato nel IX secolo al Trentino e che ne aveva mutato le precedenti denominazioni: «ducato», in uso sotto Te odorico e quindi sotto i Longobardi, e «marca» di T rento, al termine dell´egemonia longobarda. L´imperatore Ottone I, nel 952, aveva aggregato il comitato di Trento alla marca di Verona, ed entrambe erano state sottoposte all´egida del ducato di Baviera. Ventiquattro anni dopo, il comitato di Trento era passato, assieme alla marca veronese, sotto le insegne del ducato di Carantania: un possedimento alquanto esteso ed ambito dai principi, che includeva i territori di Carinzia, Carniola e Stiria (1).


Questo supremo atto di donazione verrà confermato dall´imperatore Federico Barbarossa nel 1161, il quale, oltre al potere comiziale, concesse al vescovo anche quello di duca e marchese. La natura tutta particolare della nuova autorità riconosciuta al presule ha fatto dire a uno storico come il Ficker-Puntschart che «quasi per nessun ves covo si può constatare un potere secolare con maggior certezza, che non per il vescovo di Trento».


Del «comitato» di Trento facevano parte i territori oggi compresi nella provincia di Trento, salvo le zone della bassa Valsugana, delle Valli di Primiero e di Fassa. In più, esso poteva annoverare anche le zone di Venosta e di Bolzano, presenti all´epoca come contee e concessi al vescovo sempre dall´imperatore Corrado II in un documento emesso nello stesso anno 1027; erano inoltre incluse, nella Valle dell´Adige, la riva sinistra fino a Bronzolo e la riva destra fino a Tel di Merano.


I confini del giovane comitato di Trento non coincidevano tuttavia con quelli della diocesi: a quest´ultima erano infatti estranee l´alta Valsugana (che faceva parte della diocesi di Feltre), le pievi di Brentonico e di Avio (incluse nella diocesi di Verona) e la parte di Val Venosta che da Merano si estendeva verso nord (appartenente a quella di Coira).


La consegna effettiva del «comitato» di Trento era in verità già stata realizzata dal precedente imperatore Enrico II, allorché questi aveva investito delle relative prerogative il vescovo Udalrico I, la domenica delle palme di ventitré anni prima (9 aprile 1004) (2). L´autorità secolare del vescovo rappresentava pertanto una realtà di fatto operante già da un paio di decenni, ma con l´investitura di Corrado il Salico nei confronti di Udalrico II vi fu un formale e solenne riconoscimento, in virtù de l quale il vescovo medesimo acquisì la qualifica di principe ecclesiastico dell´Impero, venendo a porsi nella gerarchia del potere immediatamente al di sotto del sovrano. Gli fu concesso il diritto di godere dei feudi già appartenuti a conti, marchesi o duchi del luogo; nonché quello all´interno della propria circoscrizione, di imporre tasse e tributi di qualsiasi genere e di provvedere alla loro riscossione. La massima autorità diocesana fu autorizzata anche a tenere dei placiti e a prescrivere delle oblazioni penali. La vastità dei suoi poteri giungeva quindi anche a consentirgli competenze in campo giudiziario.


Le ragioni delle preferenze degli imperatori per il territorio trentino e la politica filo-imperiale dei vescovi. Udalrico come uomo di fiducia di Enrico III


Tale ampia concessione di poteri autonomi da parte di Corrado II era ben lungi, ovviamente, dal rappresentare un mero atto di gratitudine per i servizi resi dal vescovo all´imperatore. Quest´ultimo, mirava difatti a costituire, all´interno dell´organizzazione feudale del Sacro Romano Impero, un territorio a lui fedele, allo scopo di assicurarsi un canale d´ingresso privilegiato in Italia. Nula di meglio del Trentino, che, per la sua collocazione geografica a ridosso delle Alpi e per la presenza della Valle dell´Adige, rappresentava un corridoio naturale tale da permettere ai sovrani transalpini di poter scendere verso sud senza trovare ostacoli. Va ricordato, del resto, che il Trentino ha continuato a ricoprire attraverso i secoli, seppure in contesti politici, sociali ed economici profondamente differenti, un ruolo analogo. Sulla base di queste premesse, non è difficile intuire perché molti vescovi del periodo medievale avessero parteggiato più per la fazione ghibellina che per quella guelfa, fino a mettersi alcune volte in contrasto con la stessa politica della Sede Apostolica, specialmente nel periodo relativo al conflitto per le investiture.


Il principato di Trento, come poi venne a chiamarsi nella dizione comune, prima della formale concessione di Corrado II, comprendeva un territorio grosso modo assimilabile all´attuale Trentino, se si escludono le anzidette zone della Valle di Fassa (facente parte della diocesi di Bressanone) e la parte della Valsugana che rientrava sotto il vescovado di Feltre. Per effetto della donazione del 1027, il territorio del principato vescovile venne ad arricchirsi di ulteriori possedimenti: la contea di Bolzano e quella della Val Venosta, fino al confine rappresentato dal cosiddetto «ponte alto» dell´Engadina.


Anche con Enrico III, Udalrico cercò quindi di non avere alcun attrito: lo dimostra il fatto che volle essergli al fianco in occasione del sinodo che l´imperatore aveva convocato a Pavia nel 1046. Della fiducia di Enrico III il vescovo doveva godere in special modo, se si considera che il sovrano affidò proprio a lui la funzione di «missus dominicus», che esercitò nel territorio di Lucca durante il 1045. I missi dominici erano infatti dei veri e propri ispettori imperiali, temporaneamente incaricati del controllo sull´amministrazione che il conte esercitava nella contea di competenza, ed avevano il potere eccezionale di destituire lo stesso conte nei casi in cui si fosse reso responsabile di gravi mancanze o comunque avesse oltrepassato le competenze che gli erano state attribuite. Avevano inoltre vasti poteri giudiziari e rappresentavano, in sostanza, l´organo più innovativo dell´amministrazione carolingia, in grado di assicurare all´autorità imperiale una vasta rete informativa e di intervento diretto sul territorio (3).


La crisi del papato in concomitanza con la crescente autonomia conseguita dal vescovado di Trento


Udalrico II resse la diocesi trentina con riconosciuto equilibrio in una fase storica che racchiuse una delle più pesanti crisi nell´istituzione

ecclesiale. A Roma, a partire dagli ultimi decenni del X secolo, erano all´ordine del giorno, tra le famiglie dei Crescenzi e dei Tusculo, aspre lotte senza esclusione di colpi per la conquista dei posti di potere nella curia romana. Molti papi si alternarono in tempi brevissimi alla guida della Chiesa ed alcuni di loro scomparvero in circostanze misteriose, tanto che risultava praticamente impossibile trovare un pontefice che desse continuità all´azione della Chiesa. A questa tragica situazione si affiancavano i negativi effetti di uno spiccatissimo dualismo con l´autorità imperiale. Anche nella nomina dei papi regnava un´autentica confusione, unica nella storia della Chiesa: per un periodo di due anni infatti (dal 1043 al 1045) si è proceduto più volte alla nomina di pontefici in contemporanea che rappresentavano le due diverse fazioni: quella imperiale in Germania e quella della Santa Sede a Roma.


Il vescovo di Trento cercò di risentire il meno possibile di questa tormentata situazione, e riuscì, tenendosi distante dagli intrighi di curia e di palazzo a svolgere il proprio compito con una discreta autosufficienza. Sul piano della stabilità politica, del resto, non aveva molte alternative: i pontefici di quei tempi rappresentavano, come si è detto, delle figure alquanto effimere, ed egli (come fecero poi del resto molti dei suoi successori) non poté fare a meno di tenere un atteggiamento conciliante nei riguardi della politica imperiale, se non altro per le ragioni di cui si è detto.


Il «Dittico Udalriciano» e la sua importanza per la storiografia trentina. Le compilazioni successive al Dittico che analizzano la successione dei vescovi di Trento


La ragione per la quale la Chiesa ricorda Udalrico con particolare considerazione ancora oggi è da cercarsi nel contributo da lui fornito alla ricostruzione cronologica della serie dei vescovi di Trento. Fu proprio lui, infatti, tra gli anni 1039 e 1043, ad aver fatto redigere per la Cattedrale di Trento quello specifico codice liturgico che è stato denominato «Sacramentario Udalriciano». Di esso è parte integrante il celebre «Dittico Udalriciano», ritenuto a distanza di quasi un mille nnio il documento fondamentale per la riproduzione della sequenza dei vescovi succedutisi alla guida della Chiesa tridentina.


Udalrico, che nel manoscritto pergamenaceo fa citare il suo nome per due volte, aveva voluto il Dittico per ovviare a quella che lui stesso riteneva un´esigenza imprescindibile del nuovo ordinamento iturgico:l ricordare ai fedeli nel corso della funzione la lunga milizia della Chiesa di Trento attraverso i secoli. Per far risaltare meglio questo aspetto decise di ricostruire la successione dei suoi pastori, in modo che potessero essere ricordati uno ad uno durante il cosiddetto «Memento etiam» . La cronotassi contenuta all´interno di tale manoscritto testimonia che a quei tempi, presso altre diocesi, vigeva l´usanza, soprattutto in presenza di certe ricorrenze, di leggere pubblicamente i nomi dei vescovi durante la funzione, a suggellare appunto il senso di continuità della Chiesa locale. Abbiamo infatti testimonianza di questa consuetudine presso le Chiese francesi di Metz, Nevers, Parigi, Sens, Senlis, come pure di Cividale del Friuli in relazione ai patriarchi di Aquileia.


Al manoscritto Udalriciano vennero apposte ulteriori aggiunte anche dopo la scomparsa di Udalrico II, in modo da completare la sequela dei vescovi di Trento fino alla conclusione dell´episcopato di Enrico di Metz, ossia sino al 1336. Il documento è divenuto oggetto di lunghi approfondimenti e di ricerche, specie relativamente alla collocazione del più celebre dei vescovi trid entini, San Vigilio. Secondo la versione fornitaci dai compilatori di Udalrico II, il santo figura come il diciottesimo vescovo di Trento, mentre è oggi opinione comunemente seguita che sia stato il terzo della serie (4). E´ stata avanzata l´ipotesi che il Dittico Udalriciano, nella convinzione che la Chiesa di Trento sarebbe stata per le masse popolari tanto più venerabile quanto più anti ca essa fosse risultata, abbia voluto premettere al nome del suo paladino un lungo elenco di nominativi: un´altra congettura si fonda invece sul presupposto che la ricerca commissionata da Udalrico si sia basata su un testo ancor più antico, risalente grosso modo al VI secolo, che aveva esagerato nell´elencazione dei predecessori di San Vigilio per il medesimo motivo.


A parte la posizione controversa di Vigilio, va ricordato che il Dittico Udalriciano rappresenta ancor oggi il documento più attendibile per ricostruire la cronologia dei vescovi di più antica data, e che fu fonte primaria anche per tutti i cataloghi posteriori. Tra questi vengono annoverati il «Sacramentario Adelpretiano», compilato sotto il ve scovo Adelpreto nella seconda metà del XII secolo, un elenco redatto sotto l´episcopato di Giorgio Lichtenstein, un altro attribuito all´iniziativa del più celebre Giovanni Hinderbach e quello compilato sotto Udalrico Frundsberg, questi ultimi nel XV secolo (5).


Gli interventi in Cattedrale e l´episodio del funerale imperiale a Trento. La rilevanza di questo evento ai fini della redazione del Sacramentario Udalriciano


Udalrico II fornì il proprio contributo anche al rinnovamento della Cattedrale, iniziativa della quale troviamo menzione proprio nel Dittico Udalriciano. In essa egli fece scavare una cripta e al fine di abbellirla provvide alla sopraelevazione dell´altare, adornando con accorgimenti di vario genere l´antica basilica paleocristiana. I lavori di restauro che fece svolgere trovarono conferma anche dagli scavi recenti effettuati in Duomo, nel decennio dal 1965 al 1975.


Nel 1038, il vescovo assistette alla pietosa tumulazione della regina Gunhilda e del duca Ermanno IV di Svevia, figlio della moglie dell´imperatore Corrado II il Salico. La salma del duca, colpito dalla peste assieme a molti altri che componevano il seguito di Corrado II nel suo viaggio di ritorno dall´Italia, venne sepolta a Trento nella basilica di San Vigilio, in quanto la delegazione imperiale non riteneva opportuno condurre in patria i corpi delle vittime. Quest´avvenimento rivestì un´importanza del tutto particolare per la Chiesa di Trento, poiché da esso dipese la redazione del Sacramentario Udalriciano, di cui si è detto più sopra. La presenza in basilica della tomba di un membro della famiglia imperiale diede infatti ad Udalrico II l´ispirazione per conservare nella popolazione il sentimento di fedeltà a tale famiglia, invitando la sua gente a pregare per le anime del defunto, non da ultimo col fine di invocare la sua speciale protezione. Fu in questo modo che nacque, per suggellare in modo memorabile questo evento di portata storica, il Sacramentario Udalriciano con il suo Dittico.


Della morte di Udalrico II è rimasta notizia con una certa ufficialità: gli annali di Fulda fanno risalire questo avvenimento esattamente al 25 febbraio del 1055.


Note:


Per ulteriori cenni all´inclusione di Trento nel ducato di Carantania, si può confrontare con quanto compare nella biografia dei vescovi Arnaldo (§ 3), e Rainoardo (§ 1).

Si veda nella biografia dello stesso Udalrico I, al § 2.

Per quanto riguarda un altro importante vescovo di Trento che rivestì la funzione di missus dominicus, si veda nella biografia di Enrico I, al § 1.

V. nella biografia di San Vigilio, al § 2.

Si veda rispettivamente ai § 7, 5 e 4 delle biografie di Giorgio di Lichtenstein, Giovanni Hinderbach e Udalrico Frundsberg.



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BEATO ADELPRETO

 

Prima metà del 1100 - 20 settembre 117


Le vicissitudini della vita di Adelpreto: i presupposti per il delinearsi di una figura

leggendaria nel corso dei secoli


La prima notizia certa di cui disponiamo in merito al vescovo Adelpreto risale alla sua consacrazione episcopale, avvenuta nel 1156 in occasione della dieta di Regensburg. Grazie a Bartolomeo da Trento, che scrisse in suo onore una “Vita Adelpreti”, gli storici possiedono una ricca fonte di informazioni su questo personaggio. Nelle sue testimonianze agiografiche, lo storico rende noto che Adelpreto proveniva da una delle famiglie più nobil i di tutta l'Europa, legata da presso col ceppo degli Hohenstaufen. Ancora per merito di Bartolomeo, sappiamo che ebbe da giovane una profonda formazione, oltre che spirituale, anche letteraria. Adelpreto rappresenta una personalità di grande valore storico e umano per la Chiesa di Trento, anche se la sua figura spicca soprattutto nella tradizione popolare, che lo promosse di propria iniziativa nel novero dei santi. Egli resse la diocesi di Trento in un periodo ricco di contrasti e di contraddizioni, e in molteplici occasioni fu costretto a subirne le drammatiche conseguenze.

Due anni dopo la sua nomina, mentre scortava nel proprio territorio i due cardinali Enrico e Giacinto, incaricati di guidare la legazione del papa Adriano IV destinata all'imperatore Federico Barbarossa, venne sorpreso in un'imboscata, catturato e successivamente rinchiuso in compagnia dei suoi compagni di viaggio nel castello di Salorno. Il risoluto intervento di Enrico il Leone, il duca di Baviera giunto appositamente dalla Germania, portò alla liberazione del vescovo e alla resa dei conti di Appiano, protagonisti del suo rapimento, i quali furono costretti a giurare fedeltà al vescovo stesso. Da questo momento l'autorità del vescovo Adelpreto conobbe un deciso rafforzamento e una crescente credibilità, tanto che l'imperatore Federico decise di affidargli più avanti anche la contea del castello di Garda, dopo essersi fatto promettere che non l'avrebbe ceduta né ai lombardi né ai veronesi. Questo stato di cose particolarmente favorevole al principato di Trento si protrasse per diciotto anni, e si interruppe con gli esiti della storica battaglia di Legnano del 1176, nel corso della quale i Comuni ebbero ragione delle milizie del Barbarossa.


Lo scisma della Chiesa e la posizione assunta dal vescovo. L'eresia arnaldista


Nel 1159, le conseguenze provocate da uno scisma tennero per quasi un ventennio nettamente distinte le posizioni della Chiesa e dell'Impero. La Chiesa, che negli ultimi decenni aveva sofferto la crescita del potere imperiale, si era autoproclamata indipendente dall'Impero, negando a questo il diritto di richiedere tributi alle autorità diocesane. Proprio nel 1159 morì Adriano IV, l'unico papa inglese della storia, che osò lanciare l'anatema della scomunica contro l'intera città di Roma a causa dei feroci tumulti scoppiati nell'Urbe e che avevano portato all'assassinio di un cardinale. Fu in seguito alla scomparsa di questo pontefice che si scatenò lo scisma: i filo–imperiali elessero papa il romano Monticelli, col nome di Vittore IV; gli anti–imperiali, invece, scelsero come loro pontefice il cardinale senese Bandinelli, che assunse il nome di Alessandro III, il quale provvide immediatamente a scomunicare l'imperatore e il suo papa di fiducia. In questa grave crisi Adelpreto rimase dalla parte dell'imperatore, e questa presa di posizione fu peraltro ufficialmente condivisa dall'intera provincia ecclesiastica di Aquileia, con esclusione della circoscrizione metropolitana di Salisburgo. In più occ asioni troviamo il vescovo presente accanto al Barbarossa, come a Landriano nel 1161 e a Sant'Arcangelo nel 1164. Federico, dal canto suo, riconobbe questa fedeltà ricompensando la Chiesa trentina con imponenti donazioni e la concessione di privilegi non da poco. Uno di questi riconoscimenti fu proprio quello della contea del castello di Garda, che avvenne nel 1167 e del quale si è accennato poco più sopra. Adelpreto ottenne dall'imperatore anche la carica di vicario imperiale, e soprattutto nel febbraio del 1161 una conferma solenne dei diritti temporali cui si erano già riferiti i massimi sovrani Enrico II nell'anno 1004, con la donazione del principato di Trento (o, secondo la dizione di allora, del “comitato” di Trento) e Corrado II il Salico nel 1027 (1). Adelpreto ha esercitato il proprio episcopato nel periodo in cui imperversava anche la cosiddetta “eresia arnaldista”, alla quale si oppose con fermezza. Il movimento era stato scatenato da Arnaldo da Brescia, il predicatore che può essere considerato il primo eretico politico del medioevo. Arnaldo si scagliava in quel tempo contro i principali vizi degli ecclesiastici corrotti, in particolare l'usura e l'ambizione al potere temporale e, nel consueto anelito ad un ritorno ai valori evangelici del cristianesimo, che sta alla base di quasi tutti i movimenti ereticali, arrivava a mettere in discussione la legittimità del potere stesso della Chiesa (2).


L'imboscata contro Adelpreto ad Arco e il suo assassinio


Tra gli anni 1160 e 1170, il precipitare degli avvenimenti politici italiani, che vedevano l'imperatore costantemente impegnato sul fronte della lotta contro i Comuni, indusse il Barbarossa a mettere in secondo piano la vita del principato tridentino, facendogli inevitabilmente mancare il costante sostegno che gli aveva garantito fino a quel tempo. All'interno di esso, si scatenarono così delle faziosità molto forti. I contrasti degenerarono fino a sfociare in guerra aperta, che vedeva dalla parte dei ghibellini i conti del Tirolo e di Arco e da quella dei guelfi i conti di Appiano e i signori alleati di Castelbarco, in Val Lagarina. Nel contesto di questi combattimenti il vescovo Adelpreto venne barbaramente assassinato, il giorno 20 settembre 1172 ad Arco, dove i cospiratori lo avevano chiamato con l'inganno, facendogli credere che la sua presenza sarebbe stata necessaria per la pronuncia di un placito. L'agiografo narra anche che l'artefice principale dell'omicidio, Aldrighetto di Castelbarco, fu colto più tardi da una vera e pr opria crisi, che lo portò alla decisione di farsi monaco con la ferma intenzione di espiare il delitto commesso, rinchiudendosi nel convento di San Giorgio in Braida a Verona. Sul luogo dell'assassinio sorse una chiesetta, che nel 1333 venne dedicata a Santa Caterina. Proprio nello stesso anno della morte di Adelpreto, a Venezia fu stipulata la pace tra Federico I e il papa Alessandro III, che pose fine allo scisma.


Il tentativo di confutazione della santità di Adel preto e i suoi sviluppi. L'evoluzione dell'atteggiamento della Chiesa nei confronti del culti spontanei


Adelpreto venne sepolto nella vecchia basilica di San Vigilio ed immediatamente venerato dai trentini come martire. In epoca barocca, la devozione per questo personaggio crebbe ulteriormente, tanto che si giunse alla decisione di dedicargli, insieme a San Vigilio, l'imponente altare maggiore costruito nel Duomo. Tuttavia, nel corso degli ultimi secoli, il culto di Adelpreto è stato al centro di accese controversie. Già nel 1754, lo studioso roveretano Girolamo Tartarotti, richiamando l'attenzione sull'adesione del vescovo alle scelte politiche di un imperatore scomunicato, cercò di negarne sia la santità che il martirio, suscitando una serie innumerevole di polemiche, sia all'interno degli ambienti popolari che in quelli ecclesiastici. Soltanto pochi anni prima infatti, nel 1743, si era giunti alla decisione di dedicare alla sua memoria l'altare del Duomo (3). Per effetto di questo intervento, interpretato come un autentico tentativo di diffamazione nei confronti di un personaggio che da alcuni secoli era considerato dai trentini il secondo santo della Chiesa locale dopo San Vigilio, il vescovo Francesco Felice Alberti d'Enno sollecitò in Trento la partecipazione del magistrato cittadino, il quale incaricò lo storico della Chiesa, Benedetto Bonelli, affinché con le sue ricerche confutasse le tesi del Tartarotti. Le osservazioni dell'abate roveretano furono considerate come sacrileghe anche dai vertici diocesani e nessuno osò a quei tempi mettere in dubbio la consolidata tradizione della santità del vescovo Adelpreto. Tuttavia, nel 1914, al momento dell'approvazione del nuovo calendario liturgico tridentino, si decise di omettere il nome di Adelpreto dall'albo dei santi diocesani, non riconoscendo la Chiesa l'esistenza di alcun precedente processo ufficiale di canonizzazione nei suoi confronti. Si è ritenuto quindi che il culto di questo vescovo durante i secoli in cui ebbe maggior fortuna fosse dovuto più al mero conse nso popolare che ad una decisione vera e propria della Chiesa a riguardo. Del resto, in piena epoca medievale, le proclamazioni di santità non sempre avvenivano in virtù di un'indagine sulla persona dello stesso tenore di quella che ai nostri giorni viene intrapresa dall'autorità ecclesiale. La svolta avvenne proprio all'inizio del XIII secolo, allorché la curia romana rivendicò il suo diritto esclusivo a decidere su questioni di questo genere. Papa Innocenzo III, in particolare, introdusse criteri più obietti vi ai fini della canonizzazione. Subito dopo, con Gregorio IX, l'esigenza di un maggior rigore divenne ancor più necessaria, a causa del prolifera re dei culti spontanei. Sorsero pertanto ricerche ed indagini più meticolose sul valore della persona ritenuta “in odore di santità”, e com inciò a farsi strada un'impostazione meno miracolistica, meno legata quindi agli eventi prodigiosi e spettacolari (e di conseguenza anche con minor presa sulle masse) e più incline a valoriz zare gli aspetti della fede e della purezza spirituale; un'indagine, in sostanza, che tendeva a diffidare di tutti quei fenomeni e quelle azioni che avevano un impatto molto forte sulla popolazione. E' in questa fase della storia che la Chiesa cercò di introdurre con maggior frequenza le distinzioni fra “santi” e “beati”, con lo stabilire un diverso livello nella gerarchia della santità: ciò anche allo scopo di disciplinare il culto di quei personaggi, come i beati, che pur non possedendo ancora, a giudizio della commissione competente per il procedimento di canonizzazione, i requisiti necessari per fare il suo ingresso nel novero dei santi, avessero goduto in vita di una particolare forma di venerazione fra la loro gente, a cagione dei loro meriti. Fu poi quattro secoli e mezzo più tardi, su lla scia delle innovazioni introdotte con il Concilio di Trento, che le procedure relative alla beatificazione e alla canonizzazione divennero ancor più rigorose. Nel 1641, per iniziativa di un gesu ita belga, Jean Bolland, nacque la cosiddetta “Società dei Bollandisti”, che si proponeva di ricostruire in maniera precisa, attraverso una capillare ricerca, le tappe della vita di tutti coloro che dalla storia fino a quel momento erano stati considerati “santi”, allo scopo di verificare la concreta attendibilità delle precedenti agiografie. Le innovazioni dei Bollandisti ebbero presto una grande diffusione, e tramite esse si giunse non di rado a mettere in dubbio figure di santi fino a quel momento ritenuti ineccepibili. Da allora, anche la santità di personaggi come Adelpreto, prima considerata indiscussa, cominciò a prestare il fianco a qualche perplessità. E' comprensibile, dunque, che tali iniziative avessero potuto destare in tempi successivi una serie così prolungata di polemiche. La decisione di non includere più il nome di Adelpreto nell'elenco dei santi non incontrò, all'inizio del ‘900, le opposizioni che uscitarono le critiche del Tartarotti nel XVIII secolo, anche se più volte gli esperti sono ritornati sull'argomento evidenziando l'esigenza di ripensare in termini diversi a questa figura, che resta tra le più singolari della storia della nostra Chiesa.


Il Sacramentario e la sua funzione di sostegno alla storiografia. Il rinvenimento dei resti

del vescovo nel corso dei recenti scavi sotto il Duomo


Al vescovo Adelpreto è attribuito anche il cosiddetto “Sacramentario Adelpretiano”, un messale che oltre alla parte propriamente liturgica contiene un elenco in successione cronologica dei precedenti vescovi di Trento. Si tratta di un documento molto utile per la storiografia, per aver fornito un ulteriore elemento di confronto con il Dittico Udalriciano e aver consentito di ricostruire con maggiore precisione la sequela dei pastori tridentini, rafforzando in molti punti la stessa attendibilità del Dittico. Il manoscritto Adelpretiano, con tutta probabilità durante la prima metà del secolo XIII, passò in custodia al santuario di San Romedio. Fu in seguito trasferito a Vienna, verosimilmente verso i primi anni dell'800, al tempo della secolarizzazione del principato, per tornare a Trento circa un secolo e mezzo più tardi, presso la biblioteca vescovile della città, dove si trova attualmente. Adelpreto fondò tra il 1160 e il 1165 il monastero dei Canonici regolari Agostiniani di Augia, nelle vicinanze di Bolzano. Consacrò anche due chiese: quella di San Valerio in Cadrubio presso Cavalese, nel 1162, e quella di San Vigilio a Moena, nel 1164. Recentemente, nel corso degli scavi effettuati in Duomo nel febbraio del 1977, è stata riesumata la salma del vescovo Adelpreto, che si trovava nelle vicinanze della porta orientale della chiesa, insieme a quelle degli altri vescovi trentini tumulati in Cattedrale. In particolare, il cranio è stato esaminato dagli esperti e trovato colpito da un colpo di spada. Questo indicazione avvalorerebbe ulteriormente l'autenticità della testimonianza storica di Bartolomeo da Trento, il quale precisò che il beato Adelpreto venne trafitto proprio da un colpo d'elsa per mano di Aldrighetto da Castelbarco.

 


 

Salomone

Nato nella prima metà del 1100 - morto  il 30 dicembre 1183

 

Non si conosce con precisione l'anno dell'investitura di Salomone a responsabile della diocesi di Trento, ma da alcuni documenti risulta che egli ricopriva quest'incarico almeno dal 1166.

Questo vescovo è noto per aver preso parte a Venezia alla solenne stipulazione della pace fra il papa Alessandro III e l'imperatore Federico Barbarossa, nel 1177, nel contesto di un trattato che sancì ufficialmente il fallimento del disegno politico dell'imperatore svevo. Questa pacificazione fu importante anche per la conferma di Salomone sul soglio vescovile di Trento, attribuzione che era stata messa in discussione nelle trattative preliminari alla pace di Venezia e che pareva fosse destinata ad un altro dignitario ecclesiastico. Salomone, riuscendo a giovarsi dell'intervento mediatore del patriarca di Aquileia, Udalrico II di Treffen, poté ottenere la riconferma all'episcopato di Trento. Tra l'altro, assieme al suo amico e mallevadore Udalrico II di Treffen, Salomone partecipò anche al Concilio Laterano III, tenutosi a Roma nel 1179.

Una certa stabilità politica era quindi tornata nel principato tridentino e il vescovo poteva esercitare con tranquillità la propria supremazia. Pochi anni dopo, questo stato di fatto fu consolidato ufficialmente da un famoso decreto dello stesso imperatore Federico, firmato a Wimpfen nell'anno 1182, che ripristinò completamente l'egemonia del v escovo sulla città di Trento e sull'intero territor io, confermando la validità delle incorporazioni di ben i e feudi acquisiti negli ultimi anni dalla Chiesa trentina. L'imperatore decise anche la soppressione del controllo dei consoli imperiali in Trento, e stabilì il diritto del vescovo di coniare la propria moneta; di comminare pedaggi e stabilire liberamente pesi e misure; e impose a tutti i cittadini il divieto di erigere fortificazioni o castelli all'interno del territorio del principato senza che il vescovo ne avesse autorizzato la costruzione. Da questo momento si assistette ad un incremento notevole del potere temporale della Chiesa di Trento e, al contempo, ad una progressiva tendenza del principato ad affrancarsi dal regno d'Italia.

Pochi mesi prima di morire, il vescovo Salomone investì una considerevole somma di denaro per ricostruire ed abbellire la chiesa di Santa Croce, fondando contemporaneamente l'ospedale dei Crociferi; l'Ordine dei Crociferi tenne in gestione l'Istituto per ben tre secoli. Morì negli ultimi giorni dell'anno 1183, probabilmente il 30 dicembre.

 


 

CORRADO DI BESENO

Verso la metà del 1100 - Prima metà del 1200

 

 

Corrado di Beseno diventò vescovo di Trento nel 1189. Era nipote di Pellegrino, patriarca di Aquileia, e prima di salire al soglio vescovile aveva ricoperto gli incarichi di decano del Capitolo cattedrale e di vicedomino

Corrado fu un fedele sostenitore della politica dell´imperatore Enrico IV, e dallo stesso imperatore ricevette protezione ed aiuti. Neppure due anni dopo la sua elezione a vescovo, accompagnò personalmente l´imperatore nella sua discesa in Italia ed insieme ad altri vescovi italiani firmò il documento che concesse il privilegio rilasciato dall´imperatore alla città di Lodi. La sua adesione alla politica imperiale, del resto, corrispondeva a un preciso progetto politico che Corrado intendeva applicare al principato di Trento. Egli cercò sempre di rinsaldare i vincoli di unità all´interno della propria diocesi e per tenere a bada le pretese della nobiltà locale che rischiavano di creare divisioni territoriali,

scelse di favorire un´azione programmatica di accentramento, sostenendo chi sembrava fornire più garanzie.


Le ribellioni delle municipalità


Nel 1191 ottenne così dall´imperatore un provvedimento con il quale si impediva a chiunque, all´interno della circoscrizione vescovile, di costruire fortilizi e castelli senza l´autorizzazione del vescovo. Un decreto simile a quello che, non molti anni prima, Federico Barbarossa aveva previsto per il vescovo di Trento Salomone e che evidentemente, nel frattempo, era rimasto pressoché disatteso. I tentativi del vescovo di unificare il territorio non furono comunque sufficienti e dovettero scontrarsi con le pretese di alcuni riottosi vassalli, che si erano alleati con i Comuni di Verona e di Brescia. Quando l´imperatore morì, a Corrado venne a mancare il sostegno più significativo. Al termine di diversi scontri armati, il vescovo dovette concludere il 2 marzo 1204 ad Ala un´onerosa pacificazione con i vassalli ribelli, accettando le condizioni fissate da Udalrico di Arco e dal podestà veronese. Nonostante la resa, Corrado confidava che la trattativa avrebbe condotto ad una distensione nelle relazioni con i suoi interlocutori. Tuttavia, l´accordo non riscosse gli effetti sperati. Da quel momento in poi, ai tradizionali nemici del vescovo si aggiunsero altri feudatari, che con nuove e feroci incursioni continuarono a scagliarsi contro la

popolazione trentina e le guarnigioni del vescovo. Oltre che col podestà di Verona, anche con quello di Trento nacquero delle diatribe, a causa di una politica daziaria che metteva in contrasto ambedue le municipalità con il principato di Trento.


Il periodo conclusivo e le iniziative di sostegno sociale

 

Oppresso da una situazione politica priva di sbocchi e da un indebitamento finanziario crescente a causa delle spese sostenute nel finanziare la guerra, Corrado di Beseno decise di abbandonare l´incarico e di ritirarsi a vita monastica nel monastero benedettino di San Georgenberg, nella valle dell´Inn. Non molto tempo dopo, tuttavia, ritornò improvvisamente sulla sua decisione, cercando di riprendersi il vescovado e tentando a più riprese di convincere il papa. Le sue rimostranze si rivelarono però inutili in quanto il pontefice, che allora era Innocenzo III, aveva deciso di installare in sua vece uno dei personaggi destinati a rimanere negli annali della storia ecclesiastica trentina, Federico di Vanga, il quale già si distingueva per la sua autorevolezza.

Corrrado di Beseno, nel corso dei sei anni di episcopato, a differenza di alcuni suoi successori del XIII secolo, non fu talmente oppresso dalle lotte intestine da non essere in grado di portare avanti un minimo di attività pastorale e di politica ecclesiale ordinaria.

Ebbe anche il tempo per promuovere la fondazione di centri di ospitalità, come quello di San Giovanni a Bolzano (la cui amministrazione fu

affidata all´Ordine Teutonico, del quale il vescovo era gran sostenitore), di Sant´Ilario di Stroparolo, presso Rovereto, la cui chiesa venne consacrata nel 1197. Quest´ultimo, in particolare, si affermò come centro di accoglienza nei secoli successivi: in seguito, si decise infatti di annettere alla sezione ospedaliera un lebbrosario destinato ad accogliere decine di ammalati (1).

Il vescovo fece erigere altri ospizi, come quelli di San Martino a Trento, di Santa Maria in Senale, e di Madonna di Campiglio. Fu attivo anche nella consacrazione di chiese da poco costruite, quali quella di San Pietro a Varena, di San Nicolò a Carano, di San Tomaso a Daiano e di

San Tommaso sulla strada tra Arco e Riva, dedicata alla memoria di San Tommaso di Canterbury, morto martire nel 1170 ed immediatamente canonizzato.

Note:

1. Per un confronto con gli interventi a sostegno degli ammalati e dei pellegrini attraverso la creazione di appositi istituti di accoglienza, si veda in particolare nella biografia del vescovo Federico di Vanga, al § 4, e in quella del vescovo Altemanno, al § 2.

 


 

FEDERICO DI VANGA

Seconda metà del 1100 - 6 novembre 1218


Il tormentato cammino per l´elezione del successore del vescovo Corrado

 

Federico di Vanga, proveniente da una nobile famiglia di Burgusio, in Val Venosta, prima di ricevere la nomina a vescovo di Trento aveva ricoperto gli incarichi di canonico ad Augusta e di decano a Bressanone. La sua elezione non fu tra le più agevo li, poiché il vescovo precedente, Corrado di Beseno, aveva abbandonato la carica per ritirarsi in un monastero e in seguito aveva fatto di tutto per riprendersela (1).

Tale voltafaccia finì col creare non poche difficoltà alla Chiesa, che si trovò a lungo prima con una sede vacante, poi a dover subire le rimostranze di Corrado. Per poter far fronte ai ripetuti tentativi operati da quest´ultimo allo scopo di tornare ad occupare il soglio di San Vigilio, il Capitolo era riuscito a coagulare le forze della nobiltà vescovile con quelle della città di Trento, capitanate da Alberto III del Tirolo in qualità di podestà cittadino

Fu proprio il conte Alberto, che fra l´altro era nipote del futuro presule, a rappresentare uno dei sostegni più concreti ed efficienti del programma politico di Federico di Vanga. Mentre perdurava questo stato di provvisorietà, esercitava momentaneamente la tutela sul vescovado il patriarca Wolfger di Aquileia, quale amministratore apostolico. Esisteva in ogni caso la volontà, non solo da parte del Capitolo, ma anche della Santa Sede, di concludere questo periodo di transizione al più presto possibile; e al t ermine di conciliaboli assai travagliati, si giunse infine alla nomina di Federico di Vanga, il 9 agosto del 1207, circa tre anni dopo la rinuncia di Corrado. L´investitura temporale ebbe luogo tre mesi più tardi a Norimberga, ad oper a del sovrano Filippo di Svevia

 

Il programma politico di Federico di Vanga attraverso la ricostruzione dei territori vescovili. Il Codex Wangianus


La celebrità di Federico nella storia trentina deriva dall´essere stato considerato come una delle personalità più forti e più valide tra tutti i vescovi di Trento. Il suo è infatti un vero e proprio periodo di splendore per la Chiesa locale. Federico, fin dal giorno della sua investitura, cominciò a lavorare ad un progetto politico ben preciso, con l´intenzione di dare al principato un maggiore ordine sociale ed amministrativo. Il suo programma prevedeva il consolidamento del potere vescovile in virtù dell´applicazione di criteri prettamente feudali, e per realizzarlo occorreva un pronto recupero di gran parte di quei beni e di quei diritti che erano stati poco prima alienati o ceduti, sia dal suo predecessore, sia durante il biennio in cui la sede vescovile era rimasta priva della propria guida: si trattava, naturalmente, in special modo di diritti sulla terra. Egli riuscì infatti, in tempi considerevolmente brevi, ad ottenere le proprietà terriere e il patrimonio di un tempo. Per creare una stabilità maggiore, volle inoltre accertarsi di persona dell´affidabilità dei suoi vassalli, obbligando i feudatari al giuramento di fedeltà. L´intera documentazione relativa alle numerose negoziazioni e provvedimenti in cui si chiamava in causa l´autorità del vescovo attestano al contempo i diritti del principato vescovile di Trento e costituiscono il cosiddetto «Codex Wangianus» (o meglio il «Libro di San Vigilio», come venne chiamato in origine). Esso può essere considerato come il grande raccoglitore degli atti della Chiesa tridentina e rappresenta probabilmente il documento più importante di tutto il medioevo trentino. Ad arricchirlo con svariate e dettagliate annotazioni provvidero i successori del vescovo Federico.


Il sostegno dell´economia e dell´urbanistica

 

L’economia complessiva della diocesi conobbe un cospicuo incremento, dovuto sia alla decisione di Federico di sottoporre a coltivazione un gran numero di terreni L´economia complessiva della diocesi conobbe un cospicuo incremento, dovuto sia alla decisione di Federico di sottoporre a coltivazione un gran numero di terreni prima lasciati incolti, sia ad un´intensificazione dei rapporti commerciali con i territori limitrofi. Il vescovo dispose anche il rinforzo delle mura della città, con la costruzione della terza cinta muraria, e fece costruire la cosiddetta «torre rossa», che a tutt´oggi in sua memoria è ricordata come «torre Vanga». La costruzione, eretta n el 1210, serviva al controllo del vicino ponte sull´Adige e allo stesso tempo svolgeva le funzioni di difesa militare e civile, in caso di attacco della città o durante le piene del fiume. Federico di Vanga contribuì in maniera determinante alla crescita dell´attività delle miniere d´argento, in particolare di quelle del monte Calisio, presso le quali chiamò a lavorare minatori di origine germanica, che successivamente si stanziarono nella Valle del Fersina nonché negli altopiani di Lavarone e di Folgaria. In questo modo fu dato origine, attraverso un lento processo di fusione con la popolazione dei luoghi, a ceppi linguistici del tutto singolari, che più avanti furono ritenuti per errore di derivazi one cimbrica. Indagini più appropriate effettuate in tempi alquanto recenti hanno infatti contribuito a dimostrare che molte delle espressioni linguistiche divenute caratteristiche di queste zone risalgono ad un´antica lingua parlata secoli or sono in Baviera. Pertanto, l´affascinante ipotesi secondo cui le popolazioni oggi comunemente indicate come «cimbriche» sarebbero le dirette discendenti dei più celebri barbari proveni enti dalla penisola scandinava, propagatisi nella zona mitteleuropea e sconfitti da Mario nella celebre battaglia dei Campi Raudii nel 101, va considerata priva di credito.

Lo statuto minerario del 19 giugno 1208 è riconosciuto come uno tra i più antichi codici alpini di dir itto minerario ed anche tra i più antichi in assoluto in tutta l´Europa (2).


L´impulso alla costruzione di edifici destinati all´ospitalità. Gli esempi di San Leonardo in Sarnis  e di Santa Margherita di Ala


Tra le iniziative realizzate dal vescovo Federico rivestono una speciale importanza le fondazioni dei vari centri di ospitalità, ubicati sia lungo la Valle Lagarina che nelle valli circostanti. Il più famoso di questi è rimasto quello affidato all´Ordine dei Crociferi di San Leonardo in Sarnis, fra Borghetto e i Masi di Avio. Il vescovo si rivelò pertanto figura di grande sensibilità verso gli stranieri e i pellegrini, costretti a fare i conti, durante i loro spostamenti, con i pericoli più disp arati. Il complesso ospedaliero di San Leonardo esisteva già come insediamento agricolo e come xenodochio (ossia come centro di ospitalità gratuito per i viaggiatori stranieri), ma Federico lo potenziò e ne fece un punto di riferimento per tutti i passeggeri che transitavano lungo il Trentino. Aveva infatti concesso ai monaci non solo di ospitare i forestieri, ma anche di difenderli dalle imboscate dei numerosi predoni che infestavano il territorio, autorizzandoli a servirsi anche delle armi, qualora fosse stato necessario. Particolare, questo, che può rivelare da sé quali drammatiche connotazioni avesse assunto, a quei tempi, il problema dei briganti; e che depone ancora una volta a favore della personalità estremamente battagliera e risoluta di questo vescovo. Quella del brigantaggio, tra le piaghe più endemich e, era favorita anche dalla particolare conformazione geografica dei luoghi, le cui montagne e valichi offrivano molte occasioni per agguati ed imboscate. Ai monaci spettava anche il compito di provvedere al buono stato delle strade e delle vie del circondario, ed essi svolgevano altresì un´attività di vero e proprio aiuto economico nei confronti delle milizie che partivano alla volta dei santuari. L´edificio è stato nei secoli mutato più volte, fino a diventare, a i giorni nostri, una pregiata azienda vitivinicola.

Al medesimo scopo doveva fungere l´ospizio fortificato di Santa Margherita di Ala, ideato e fatto costruire ancora dal vescovo Federico di

Vanga e poco distante dal complesso di San Leonardo. Esso si autofinanziava con le rendite derivanti dalla propria produzione agricola, e al contempo, dotato com´era di una poderosa fortezza quadrangolare, diventava un luogo di approdo per qualunque viandante inseguito o minacciato dai malintenzionati. Federico aveva dunque ben presidiato la valle, adempiendo nel migliore dei modi ad una delle responsabilità connesse alla sua carica, quella che richiedeva la garanzia dell´ordine pubblico sul territorio. Analoghe costruzioni che egli stesso aveva provveduto a far erigere e a finanziare erano quelle di Lengmoos sul Renon, di San Tommaso di Romeno, di San Giorgio a Castello di Fiemme e di San Lazzaro a Capriana (3).


Il progetto per la nuova Cattedrale


A distanza di otto secoli, il ricordo di questo vescovo è associato in particolar modo alla sua idea di costruire una nuova Cattedrale. Egli, infatti, aveva già provveduto alla sopraelevazione del palazzo vescovile e del castelletto presso l´antica basilica di San Vigilio, ed aveva manifestato l´intenzione di ricostruirla, rendendola più grande e più maestosa. Avrebbe certamente ten uto fede al proprio impegno, se non fosse partito per le crociate senza più fare ritorn o. In realtà, la nuova Cattedrale, stando alla testimonianza fornita dal Dittico Udalriciano, era stata consacrata dal vescovo Altemanno di Baviera il 18 novembre 1145, ai tempi della traslazione delle reliquie di San Vigilio, qualche decina d´anni prima della venuta di Federico(4). Tuttavia, senza nulla togliere all´ importanza decisiva dell´intervento di Altemanno, fu proprio Federico di Vanga a definirne la struttura architettonica, secondo un progetto al quale si diede più completa esecuzione dopo sua la morte. Al posto della vecchia basilica di San Vigilio, che venne un poco alla volta abbattuta, si lavorò alla costruzione della nuova e più imponente struttura, relativamente alla quale ebbero una parte preponderante i maestri comacini della famiglia di Adamo d´Arogno.

 

L´attività politica di Federico di Vanga e i suoi l egami con l´imperatore Federico II. La morte nel corso dell´operazione militare in Terra Santa

 

In questo periodo storico ricco di novità e di fermenti, il vescovo Federico prese parte da protagonista agli eventi che caratterizzarono i rapporti fra Chiesa ed Impero, nei quali veniva coinvolto anche per la fiducia che i regnanti riponevano in lui per il suo coraggio e l´intelligenza nel gestire i rapporti con le persone. Dapprima sostenne apertamente l´imperatore guelfo Ottone IV di Brunswick, che accompagnò a Roma nel viaggio destinato a concludersi con la sua incoronazione. In seguito, sostenne con decisione la politica ecclesiale del papa Innocenzo III.


Nel 1212 accompagnò con la sua scorta il giovane Federico, in quel momento re di Sicilia, nel pericoloso viaggio che da Genova lo doveva condurre fino in Germania per cingere la corona regia. Il futuro imperatore, che stimava particolarmente il Vanga, decise un anno più tardi, in occasione della dieta di Regensburg, di ricompensarlo nominandolo legato imperiale per la Lombardia, la Tuscia, la Romagna e la Marca veronese, nonché vicario imperiale a vita. Due anni più tardi, Federico di Vanga comparve nuovamente n el contesto della Dieta di Augusta a fianco dello stesso Federico II, e nel 1218 decise di partire per la spedizione in Palestina caldeggiata da papa Onorio III. L´intervento in una quinta crociata con l´intento di liberare la Terrasanta dagli infedeli e di riconquistare Gerusalemme era stato invocato tre anni prima dal IV Concilio Laterano; più avanti, il pontefice Gregori o IX sarebbe riuscito praticamente a costringere un riluttante Federico II a prendervi parte. La crociata coinvolse soprattutto le milizie ungheresi e germaniche, che conquistarono la città di Damietta al termine di un lunghissimo assedio, ma si risolse ancora una volta miseramente per gli eserciti della Chiesa, duramente provati dalle pesanti sconfitte riportate in Egitto e costretti a fare ritorno in Occidente, rimandando la conquista dei territori consacrati.


Federico di Vanga non fece in tempo ad assistere a tutte le vicende di questa nuove operazioni belliche: trovò infatti la morte il 6 novembre del 1218 nei pressi di Accon, in Siria, durante la fase iniziale della spedizione. Al suo fianco c´eracolui che sarebbe divenuto il suo successore sul soglio vescovile di Trento, Adelpreto di Ravenstein. Venne sepolto, secondo la testimonianza del Dittico Udalriciano, nella chiesa di Santa Maria, presso l´ospedale teutonico di San Giovanni d´Acri.


Note:

 

1. Si veda la narrazione dell´episodio nella biografia del vescovo Corrado, al § 3.


2. Secondo Armando Costa, nel suo libro «I vescovi di Trento», Ediz. Artigianelli Trento, 1977, lo sta tuto minerario del 1208 si può considerare il più antico in Europa. Di altro parere è invece J. Kögl, il quale, nel suo libro «La sovranità dei v escovi di Trento e di Bressanone», Ediz. Artigianelli Trento, 1964, sostiene che regolamento minerario di più antica data sarebbe quello predis posto dal vescovo Alberto di Campo, il 24 marzo 1185.


Per un confronto con le iniziative di altri principi - vescovi analoghe a quelle di Federico di Vanga, v. nelle biografie di Altemanno (§ 2) e di Corrado di Beseno (§ 3).


Nella biografia di Altemanno, l´episodio della consacrazione della Cattedrale di San Vigilio è analizzato al § 2.

 


 

Aldrighetto di Campo (Castelcampo)

 

 

CAMPO (Castelcampo), Aldrighetto. - Le scarse notizie in nostro possesso non ci consentono di stabilire il luogo e la data della sua nascita, e sono appena sufficienti a individuare, per grandi linee, gli avvenimenti del suo episcopato che fu uno dei più travagliati nella storia della Chiesa trentina per i contrasti con l'autorità imperiale. Il C. fu eletto vescovo di Trento nel novembre 1232, e per i primi tre anni diresse con molta energia - sull'esempio dei suoi predecessori - il principato: seppe imporre la sua autorità sui vassalli della Val Lagarina e costrinse la comunità di Trento a concludere le vertenze che la dividevano da quella di Zambana e da quella di Fay. Nello stesso periodo intervenne a favore del procuratore del capitolo della Chiesa trentina in una controversia che lo opponeva ad affittuari inadempienti.

Per i primi tre anni del suo episcopato non abbiamo notizia di contrasti tra il C. e l'imperatore Federico II. È anche possibile che il C. abbia favorito la nomina a podestà imperiale di Trento di Alberto III conte del Tirolo e "avvocato" della Chiesa trentina, il quale agisce nella sua nuova veste a partire dall'autunno del 1235.Il dissidio con Federico II scoppiò nel 1236.Il C. si era schierato per il partito guelfo e l'imperatore dovette temere che il mantenimento dell'autonomia trentina avrebbe potuto sottrarre al suo controllo una zona di grande importanza strategica e politica. Rientrato in Italia dalla Germania nell'agosto di quell'anno, Federico II si fermò a Trento: qui privò temporaneamente dell'autorità civile il vescovo e affidò il principato a un suo rappresentante. Inoltre vietò al C. di compiere qualsiasi concessione sui beni della Chiesa trentina. Successivamente, nel 1239, l'imperatore nominò un nuovo podestà imperiale al posto di Alberto del Tirolo - il quale mirava a incorporare nei usoi feudi terre vescovili, approfittando della crisi politica che attraversava il principato- nella persona del pugliese Lodegerio di Tito; poco dopo unì il principato trentino, e le contee ad esso annesse, alla Marca trevigiana.

Nella nuova situazione venutasi a creare nel vescovato il C. dovette tentare un accordo con Alberto del Tirolo. Quest'ultimo ricevette da lui, infatti, il diritto di trasmettere ai propri eredi l'avvocazia della Chiesa e i feudi trentini; il C. fece tale concessione senza il consenso del capitolo. Non ci è giunto il documento del privilegio e di esso abbiamo notizia attraverso la protesta effettuata dal capitolo nel 1256; si è molto discusso sulla data della concessione: sembra comunque che essa non debba assegnarsi ai primi anni dell'episcopato del C., quando la sua autorità era ben salda nel principato, bensì al periodo successivo al 1236. Tale idea non può essere validamente messa in dubbio dall'obiezione secondo cui dopo quella data il C. non avrebbe potuto fare alcuna concessione sui beni della Chiesa, stante l'esplicito divieto imperiale, poiché sono documentate altre infeudazioni operate dal C. e poi approvate da Federico II. E di un'approvazione imperiale del privilegio di Alberto III si parla nell'atto del 1259 redatto dal notaio palatino Bertoldo e relativo alla rivendicazione della successione nei diritti di Alberto avanzata dal genero di questo.

Sembra comunque che il C., direttamente o per il tramite di Alberto del Tirolo, avesse cercato un riavvicinamento con Federico II. Nell'aprile 1246, infatti, Innocenzo IV decise di porre sotto inchiesta il suo operato accusandolo di aver dilapidato i beni della Chiesa trentina e di avere assecondato l'imperatore anche dopo la scomunica da questo subita. In seguito il papa con due lettere dell'8 marzo e del 1º ott. 1247, inviate da Lione, incaricava in un primo tempo il vescovo di Bressanone di amministrare la Chiesa trentina, poi, essendo la situazione di questa sempre più difficile, la affidava alle cure di Brunone, canonico di Magdeburgo. È interessante notare che Innocenzo IV venne sollecitato ad agire proprio da Alberto del Tirolo, che non potendo più contare sulla protezione dell'imperatore Federico II, ormai dichiarato decaduto, preferì avvicinarsi al papa denunciando la caotica situazione della Chiesa trentina. Il C. morì esule - non sappiamo dove - nel 1247. Gli successe nel vescovato Egnone di Appiano.

 


 

EGNONE DI APPIANO

Prima metà del 1200 - 1 giugno 1273

 

 

La sfida dei potentati locali al principato di Trento e le premesse per la crisi

 

Egnone nacque ad Appiano nella prima metà del secolo 1200 e venne consacrato vescovo di Trento nel 1247. A quei tempi il celebre despota Ezzelino da Romano, spadroneggiando anche nelle zone limitrofe alle contrade venete con ogni sorta di ricatti e soprusi sulle popolazioni, esercitava una fortissima pressione anche sul Trentino. Egli infatti, non nascondeva di voler allargare il proprio ambito di influenza al principato di Trento, magari per interposta persona, ovverosia servendosi di un potentato locale che gli garantisse un controllo maggiore del territorio e che non lo obbligasse a dedicare stabilmente tempo e risorse militari a questa causa


Il tiranno veneto trovò questa collaborazione nel conte Alberto del Tirolo, che durante l´episcopato di Egnone rappresentò il principale avversario e la fonte delle minacce più gravi all´unità del principato vescovile. Le sue prepotenze erano talmente intense e la soldataglia di cui disponeva talmente forte che il precedente vescovo Aldrighetto di Campo era stato costretto a concedergli l´avvocazia sul principato (1).

Questo istituto, che aveva origine nello spirito più antico della collaborazione tra potere spirituale e temporale risalente all´istituzione del Sacro Romano Impero, prevedeva anticamente che l´imperatore si assumesse l´onere di tutelare il vescovo garantendogli protezione contro ogni forma di usurpazione o di violenza, oppure delegasse l´esercizio di questa forma di salvaguardia ad un suo vassallo di fiducia, ovvero ancora (abitudine quest´ultima venutasi sempre più consolidando) lasciasse al vescovo di scegliere chi fosse colui al quale affidare la sua difesa. E´ facile immaginare come tale prerogativa fosse rientrata presto nelle ambizioni maggiori di quei nobili locali decisi a tutto pur di rendere ancor più solido il proprio potere sul territorio. Uno di questi era appunto il conte Alberto, che si era fatto avanti con particolare ostinazione; la concessione in suo favore di una prerogativa talmente determinante qual´era l´avvocazia, rilasciatagli da Aldrighetto diCampo, risulterà pesantissima per i destini futuri del principato di Trento.

La storia non ha ancora ben chiarito se il vescovo Aldrighetto non disponesse proprio di alcuna alternativa oppure se avesse potuto evitare questo gesto, sottovalutandone invece la portata reale. Certo è che le prepotenze sui vescovi continueranno e verranno portate ad estreme conseguenze anche nei decenni successivi, soprattutto in seguito all´azione dei Mainardi, i conti di Gorizia che diventarono anche conti del Tirolo per via del matrimonio che nel 1237 si celebrò fra Mainardo III di Gorizia ed Adelaide del Tirolo, figlia di Alberto. I Mainardi, fra i nemici più acerri mi della Chiesa trentina in tutta la sua storia, presero a pretesto la loro parentela con la famiglia del conte Alberto per fare ampio uso dell´avvocazia ai danni del principato vescovile.


L´eredità degli Ultimo e degli Appiano


La situazione comunque peggiorò a partire dal 1248. Egnone di Appiano aveva infatti ereditato dal cugino Ulrico di Ultimo i vastissimi feudi da lui posseduti, appartenuti per lunghissimi anni alla famiglia dei conti di Appiano e di Ultimo, tradizionale avversaria della casata tirolese. L´acquisizione di queste proprietà, invece di diventare un vantaggio per la Chiesa, si trasformò in una circostanza che finì con l´accrescere il potere del suo nemico. Alberto del Tirolo comprendeva naturalmente che attraverso l´incameramento di possedimenti così estesi, in tempi nei quali i diritti feudali rappresentavano il maggiore veicolo per l´esercizio del potere, avrebbe potuto diventare il vero padrone di tutta la zona trentino-tirolese. Le intimidazioni di Alberto si fecero a questo punto fortissime, tanto che il vescovo, per evitare le incessanti prepotenze dell´usurpatore, fu costretto a fuggire molte volte dalla città di Trento, nella quale non poteva stabilmente risiedere in quanto occupata dalle milizie del conte Alberto.

Veniva così a mancare sempre più una guida in grado di impostare sia il governo del principato sia un programma serio e duraturo di azione pastorale. Fu durante l´anno 1253 che il potere di Alberto del Tirolo venne praticamente a stabilizzarsi: il vescovo, continuamente in pericolo di vita, dovette cedere al suo rivale tutti i feudi che aveva ereditato, che comprendevano la zona dell´Engadina, la Valle dell´Inn, la Valle di Non, le Valli Giudicarie, la contea di Bolzano, la zona di Bressanone e dei suoi dintorni, l´intera Val Lagarina, il Garda, nonché – transazione forse ancor più importante - l´avvocazia sulla diocesi di Bressanone. Si trattava di un territorio e di poteri vastissimi, che costituivano una base di fondamentale importanza per il consolidamento della futura (ed ancor più opprimente) politica di opposizione al potere dei vescovi.


L´avvento dei Mainardi e le loro alleanze. Il rinnovo dell´avvocazia e i frequenti assedi a villaggi e città


Alla morte di Alberto invero, il genero Mainardo III conte di Gorizia, in virtù delle nozze con Adelai de del Tirolo, assunse in nome di Mainardo I del Tirolo, e subentrò a tutti gli effetti nella proprietà e nell´amministrazione dei ricchi possedimenti sottratti al vescovo. Il nuovo signore tirolese volle immediatamente stipulare l´alleanza con il potente Ezzelino, ritenuto il più valido sostegno per le su e provocatorie azioni. I due erano oltre tutto accomunati dal medesimo pensiero politico, in quanto parteggiavano entrambi per la fazione ghibellina. Gli effetti di questa alleanza non tardarono a farsi sentire: nel 1255 Ezzelino calò sulla Valsugana coi suoi uomini mettendola a ferro e fuoco. L´anno seguente, assieme a Mainardo, organizzò l´incursione su Trento, tristemente famosa per il grande spargimento di sangue che avvenne e per l´autentica devastazione di edifici ed abitazioni. L´episodio è passato allastoria come uno dei più raccapriccianti eventi che questa città avesse mai vissuto.

Il clima si fece talmente opprimente, sia per il vescovo di Trento che per quello di Bressanone, che le due diocesi dovettero concedere a Mainardo nuovi feudi, tali da arricchire in modo davvero imponente il patrimonio immobiliare della sua famiglia, specie in virtù delle concessioni dei territori lungo la Valle dell´Isarco e nei dintorni di Coira. Sempre nel 1256, la Chiesa trentina dovette ancora una volta umiliarsi di fronte al suo nuovo interlocutore, rinnovando l´avvocazia nei suoi confronti, che con la scomparsa del conte Alberto era formalmente venuta a cadere. L´accordo con Aldrighetto di Campo, di cui si è deto, prevedeva infatti che questo ordine di rapporti non fosse trasmissibile per successione. Ma la prepotenza e la spietatezza delle pressioni esercitate da Mainardo riuscirono a fargli conseguire ciò che il diritto gli avrebbe negato. Anzi, si andò addirittura oltre: nel «patto» (come fu del tu tto impropriamente chiamato), era previsto che l´avvocazia fosse devoluta agli eredi legittimi, in modo da porre la Chiesa di Trento in maniera permanente sotto il gioco dei successori di Mainardo. Si trattava di un atto che, quantunque fosse stato definito negoziale al momento della stipulazione, era stato estorto con la forza; per questo la Chiesa tridentina, negli anni successivi, lo mise espressamente in discussione, contestandone continuamente la validità. Tuttavia al momento, benché indignata ed umiliata, essa non poté far altro che prendere atto della schiacciante superiorità di mezzi e di risorse economiche in capo ai conti di Gorizia-Tirolo e ai da Romano, i quali avevano messo la città sotto assedio e minacciavano di distruggerla se non fossero state accettate indiscutibilmente le loro condizioni.


I tentativi di reazione da parte del vescovo. La continuazione delle ostilità con Mainardo II. La morte di Egnone di Appiano


In verità, il vescovo tentò di opporsi come poteva allo strapotere dei due tiranni, tanto da giungere nel 1258 a dichiarare la nullità delle cessioni dei feudi già appartenuti ai conti di Ultimo e di Appiano; ma dovette presto ritrattare e riaffermarne la validità, incalzato dalle incursioni e dalle ribalderie dei soldati comandati dai suoi avversari, nonché dall´ennesimo voltafaccia dei conti di Castelbarco, alleatisi a loro volta con Ezzelino. Nel frattempo, Egnone era stato costretto a recarsi esule a Salisburgo, e solo dopo la sua ritrattazione gli venne concessa la possibilità di fare ritorno a Trento.

La morte dei due tiranni ghibellini, quasi contemporanea, pareva sulle prime aver sollevato il vescovo dalle preoccupazioni più gravi, ma questi puntualmente riaffiorarono con la persona di Mainardo II, altrettanto deciso a rinnovare la politica di prepotenze ormai in atto da lungo tempo. Il suo alleato maggiore era stavolta Mastino della Scala, signore di Verona, altro storico antagonista del vescovo di Trento. Ancora una volta l´unica soluzione che si prospettò al vescovo Egnone fu la fuga: non gli rimase altro che rifugiarsi nel territorio meno insidiato, cioè quello di Riva, dal quale poté ricorrere all´ultima risorsa a disposizione dei vescovi e dei pontefici allorché le difficoltà di ordine pratico parevano insormontabili: lanciò infatti l´anatema della scomunica nei confronti dei due usurpatori.

Tuttavia le traversie per il vescovo di Appiano continuavano. Minacce ed atti prevaricatori non gli davano tregua, tanto da svuotarlo completamente di qualunque autorità e voce in capitolo. Mainardo II, dopo aver firmato una pace provvisoria con la previsione di condizioni assai ambigue, in maniera da non assumersi alcuna responsabilità sulla sua volontà di addivenire ad una riconciliazione effettiva e duratura, diede nuovamente l´assalto a Trento e costrinse il vescovo a rifugiarsi presso la rocca di Pinè.

Nel maggio del 1273 Egnone di Appiano si trovava a Padova, dove si ammalò. In questo modo gli venne risparmiata l´ultima umiliazione. Si stava accingendo a recarsi a Roma presso il papa, che lo aveva ingiustamente accusato di aver tenuto un atteggiamento di sudditanza eccessiva verso i despoti che stavano opprimendo il Trentino con ogni mezzo a loro disposizione ed esautoravano il vescovo di tutti i suoi poteri. Gli storici della Chiesa tridentina, che hanno analizzato a fondo uno dei periodi più inquieti nel principato di T rento, hanno sostenuto in età più recente un giudizio ampiamente positivo in merito alla figura di Egnone di Appiano, contribuendo a fugare quei pochi dubbi che fossero rimasti riguardo alla sua presunta arrendevolezza, e a ritenere quindi del tutto ingiustificate le imputazioni che avrebbero dovuto condurlo al cospetto del pontefice. Come si è visto, Egnone di Appiano aveva adoperato tutti gli espedienti di cui disponeva per arginare lo strapotere dei suoi nemici.

Morì nel centro patavino al termine di un breve periodo di malattia, l´1 giugno di quell´anno, concludendo un´esistenza trascorsa a lottare quasi da solo contro le prepotenze dei più potenti feudatari .


Le opere realizzate durante l´episcopato e la nuova destinazione del Castello del Buonconsiglio quale stabile dimora del vescovo e sede del suo apparato amministrativo. L´istituzione del vescovo suffraganeo


Sotto l´episcopato di Egnone va ricordata l´erezion della chiesa di San Marco, per iniziativa del suo collaboratore fra´ Michele degli Eremitani, nell´anno 1271. E´ opportuno rammentare anche che,durante i brevi lassi di tempo nei quali tale vescovo poté risiedere nella città di Trento, si insediò con i suoi uffici amministrativi e la sua corte, presso il colle del Malconsiglio, dove sorgeva l´omonimo castello, che poi fu adoperato per il medesimo scopo anche dai suoi successori. L´insediamento ebbe luogo nel 1255, con la cacciata dell´infido Sodegerio da Tito, che aveva occupato fino al quel momento la sede fortificata, facendosi forte della sua alleanza con Ezzelino da Romano. Il nome del colle non aveva una connotazione negativa, nonostante che in apparenza il termine possa dare quest´impressione, ma derivava dai termini «mallum» (adunanza pubblica destinata alla discussione di vertenze giudiziarie) e «consilium». Ciò nonostante l´espressione verbale rimase nella mente dei trentini con un significato fortemente negativo, anche perché associata alla persona di Sodegerio; per questo motivo, a partire dal momento della sua installazione, il vescovo fece cambiare il nome del maniero situato su quell´altura in «castello del Buonconsiglio».

Sotto l´episcopato di Egnone fecero la loro comparsa i cosiddetti «vescovi suffraganei», che diventaro no da quel momento i più stretti collaboratori dei capi della diocesi e che presero a sostituire questi ultimi nell´esercizio delle loro funzioni, per i casi in cui essi non potessero risiedere temporaneamente all´interno della circoscrizione e quindi gestire in prima persona l´attività pastorale. Come si è visto, Egnone rimase per diversi periodi in esilio e pertanto si trovò obbligato a giovarsi di una di queste figure, la prima delle quali fu un frate, l´agostiniano Michele degli Eremitani, di cui si è detto poc´anzi. Quest´abitudine, per il vescovo, di designare un suo suffraganeo, sia per farsi assistere da questo nelle incombenze ordinarie, sia allo scopo di farsi sostituire durante le assenze, si affermò come una delle particolarità della Chiesa trentina, e rimase in vigore fino a tutto il XVIII secolo (2).

Note:

Per un approfondimento sulle origini dell´istituto dell´avvocazia, si può fare raffronto con quantoi ndicato nella biografia del vescovo Arnoldo, ai §

e 2, nonché del vescovo Eberardo, al § 1.

Per disporre di un emblematico esempio in merito al frequente ricorso al vescovo suffraganeo nel periodo di maggior splendore della diocesi di Trento, si veda nella biografia di Bernardo Clesio (cap. 3, § 5).

 
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